Essere donne nell’era Trump

E’ passato poco più di un mese dall’inizio di questo 2017, eppure il mese di gennaio sarà ricordato come il mese in cui è iniziato il mandato presidenziale del 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump.
Trump, che ci ha abituato ad aspri toni nella campagna elettorale presidenziale, non ha smentito le attese. Con il suo Muslim ban ha scatenato numerose reazioni di protesta sulla sua politica, non solo in America ma anche nel resto del mondo.
Discriminare in base al paese di provenienza, non è l’unica peculiarità del tycoon che ci ha abituati su frasi denigratorie e molto forti, soprattutto sulle donne.

Donne che si sono riversate nelle strade di Washington il 21 gennaio scorso per protestare contro il neo-presidente statunitense.
Il progetto Women’s March ha mobilitato numerosissime persone le quali, oltre a promuovere i diritti delle donne, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulla disparità razziale, sui problemi dei lavoratori e sulla questione ambientale, senza dimenticare le tematiche LGBT. La scelta della data non è stata di certo casuale: non a caso l’organizzazione è avvenuta il giorno dopo la cerimonia inaugurale del presidente Donald Trump, quasi come se lo scopo di tutto questo fosse far sapere a Trump sin dal primo giorno che c’é una buona parte della nazione intenzionata a non lasciare l’America nelle sue mani.
Tante donne, ma tanti anche gli uomini, hanno scelto questa marcia per dissentire con il neo-presidente.
Una forte rivendicazione, come non accadeva da un bel po’.

womens-march-on-washington

L’organizzazione di questa marcia è cominciata due giorni dopo l’insediamento del presidente e nella capitale sono arrivati 1200 bus da tutta l’ America per formare quella che, a detta di molti, è stata la più grande mobilitazione di massa nella storia degli Stati Uniti d’America.
La manifestazione non è stata limitata a Washington, ma ci sono state manifestazioni sorelle in tutti gli US e in giro per il mondo.

Il mondo sta cambiando ed essere donne potrebbe essere una “marcia” in più.
Credo che stia nascendo un nuovo modo di sentirsi donna.
Un nuovo modo di farsi ascoltare, quasi un femminismo 2.0: non più incentrato solo sul ruolo della donna, ma che partendo da esso cerca di portare avanti battaglie politiche.
Niente è più scontato, tutto potrebbe cambiare, i diritti acquisiti nel tempo potrebbero essere cancellati e, questo, ha risvegliato le coscienze di molti e molte.
Un nuovo orgoglio spinge le donne ad essere in prima linea affinché la loro voce si opponga a politiche in netto contrasto con le aperture degli anni precedenti.

Essere donne nell’era Trump è essere coese contro un modo di pensare che divide, che chiude e che esclude. E’ impegnarsi per creare un’alternativa a questo clima di egoismo che si sta spargendo inesorabilmente. E’ riportare alla luce i problemi di disuguaglianza di genere che, ahimè, esistono ancora nelle democrazie occidentali.

E’ abbattere i muri che dividono le persone che si sentono diverse, che sono diverse, ma che hanno in comune un sogno: quello di vedere un futuro migliore, nonostante i primi atti di un’amministrazione che non sarà, di certo, facile.

 

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