Di dorsiana memoria e dorsiano futuro

Ma appunto perciò occorre che i giovani, i quali hanno già dato qualche segno di non voler seguire le linee di sviluppo della tradizione dei padri, escano dallo stato di fatalismo che incombe sulle anime meridionali, per dimostrare che le élites del Sud non sono costituite soltanto da speculatori geniali capaci di anticipare di secoli le grandi scoperte del pensiero umano, ma sono costituite anche da uomini di azioni capaci altresì di compiere il miracolo di svegliare un popolo di morti”.
Guido Dorso, La Rivoluzione Meridionale – 1925

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Cosa vuol dire essere un giovane meridionale nel 2018 e come quest’ ultimo può cercare di far cambiare realmente le cose?
È questa la domanda che mi sono posta nel momento in cui mi sono imbattuta nell’ “Appello ai giovani del Mezzogiorno” contenuto nel saggio “La Rivoluzione Meridionale” dell’intellettuale irpino Guido Dorso.
Pubblicato all’inizio del Ventennio fascista, lo scritto ed in particolare questo appello non può lasciare il lettore indifferente, tanto più se il lettore stesso è un giovane meridionale: il tempo che è trascorso dalla prima pubblicazione è notevole, ma questo scritto non ha perso il suo appeal, o per meglio dire, la sua attualizzazione.
Nonostante si viva in un periodo storico in cui apparentemente la “questione meridionale” ha perso la sua centralità all’interno del dibattito politico nazionale, il gap tra il nord e il sud del Paese è tutt’altro che risolto. Ciò che si evince chiaramente è che questa “nuova questione” colpisce sempre di più la fascia giovanile della popolazione meridionale, che si vede costretta ad emigrare molto tempo prima di quanto non lo facessero i loro predecessori, i quali una volta terminata l’attività lavorativa per i sopraggiunti limiti d’età, sono tornati nei paesi natii che inesorabilmente sono destinati a scomparire.

Ma esiste una nuova classe politica del Mezzogiono? Esistono cento uomini d’acciaio col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea?
Questo dubbio di Dorso che emerge nelle pagine de “L’ Occasione Storica”, perno della riflessione dorsiana sulla decadente “classe politica meridionale”, può essere un punto fondamentale su cui riflettere, attualizzando il tema.

La classe politica meridionale, ci ha abituati alla non incisività di portare all’attenzione di issue territoriali nell’agenda politica nazionale. Quello a cui i cittadini del Mezzogiorno sono abituati, invece, è una rassegnazione data dall’abitudine, dal non sentirsi più importanti, dal sentirsi abbandonati a loro stessi senza che vi sia la presenza delle istituzioni.
A fare da spiraglio a questa situazione generale, sono stati appelli, slogan, frasi costruite ad hoc nelle campagne elettorali per accaparrarsi il voto dei cittadini del Sud del Paese che, stanchi della situazione lavorativa, economica e sociale in cui il territorio versa, hanno cercato di riportare al centro della scena politica nazionale questo tema.
Effettivamente quello che si denota è un’inconsistenza della classe politica meridionale che difende e, anzi, promuove politiche volte al miglioramento della vita dei cittadini e che, allo stesso tempo, argina il più grande fenomeno migratorio di under 30 degli ultimi anni.

Un tema complesso, pieno di sfaccettature che non sempre si riescono a cogliere perfettamente.
Certo è che la più grande conseguenza della “Questione Meridionale” degli anni 2000 è, come già accennato precedentemente, l’emigrazione di massa dei giovani meridionali che si spostano altrove per proseguire gli studi, per specializzarsi e per poi, in seguito, trovare più facilmente un lavoro che si adatti alle loro attitudini.
Spesso le istituzioni hanno cercato soluzioni che potessero contrastare questo fenomeno, ma ad oggi le statistiche sono ancora drammatiche: secondo il rapporto Svimez 200mila laureati hanno lasciato il Meridione per trasferirsi in posti più appetibili sotto il profilo del mercato lavorativo, lasciando così la classe dirigente meridionale a non poter contare sui cervelli migliori provenienti dai propri territori.
Come può la classe dirigente meridionale, con queste premesse, favorire un miglioramento nelle fila dirigenziali in modo tale da far riscattare la visione generale che si ha del Mezzogiorno?
L’auspicio di Dorso è, quindi, qualcosa di davvero irrealizzabile?

No, il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia; non chiede aiuto, ma libertà.
Se il mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, con la sua libera iniziativa e seguendo l’esempio dei suoi figli migliori, tutto sarà inutile…
”, scriveva Dorso.

Questa rivoluzione sembra tardare ad arrivare, mentre i suoi figli migliori sembrano andar tutti via nell’indifferenza generale.

Da questo passo affiora tutta il pensiero proprio dell’autore, mettendo in risalto un punto centrale che ancora oggi può essere un appiglio per una possibile spiegazione sulle cause dell’arretratezza e della voglia di un “non riscatto” che qui, da parte di Dorso, sono spesso figlie di una mentalità che ha radici profonde nelle coscienze dei cittadini meridionali.
Il riscatto non deve essere pensato dagli stessi cittadini, dalla “libera iniziativa seguendo i suoi figli migliori”, ma provenire dall’alto: “il contributo”, i finanziamenti, i sovvenzionamenti europei, sono istituti che spesso echeggiano e vengono citati nei discorsi su come cercare di cambiare le cose, ma senza di essi tutto sembra avere la parvenza di essere qualcosa di impossibile da realizzare.
Eppure, il Dorso aveva già dato una sua soluzione al problema: il “seguire i suoi figli migliori” non può lasciare indifferenti e non può non far accendere una lampadina all’interno del nostro pensiero critico.

In un periodo storico in cui, per l’appunto, le risorse giovanili nelle terre meridionali sembrano inesorabilmente venir meno bisognerebbe creare un presupposto per continuare a restare, a cambiare davvero le cose, a rendere il nostro Sud degno di avere le migliori risorse umane che solo i giovani dei territori coinvolti possono apportare.
Degno di nota è il progetto portato avanti dalla Regione Lazio, la quale mette a disposizione dei giovani residenti nel territorio regionale delle risorse per migliorarsi all’estero, ma che, una volta apprese devono essere immesse nuovamente nel luogo di residenza e tutto ciò per creare una classe dirigente e formare quei “figli migliori” per renderli capaci di attuare una rivoluzione del miglioramento generale.
Bisogna avere coraggio. Coraggio di restare, di tornare e, soprattutto, di collaborare.

Collaborare insieme per cercare di rendere possibile vedere un capovolgimento della situazione odierna, di cambiare la visione collettiva sul Sud, terra non più dei tumori, della disoccupazione, ma la terra in cui i giovani sono protagonisti di un cambiamento volto al miglioramento, dove si investe e si crede nei giovani ed in cui gli stessi non siano costretti ad andare via.
Anzi. I giovani meridionali potranno essere portavoce di una nuova classe dirigente ed essere così al pari degli altri, ponendo all’attenzione generale anche i problemi meridionali che, contrariamente, passano in secondo piano.

Gli esempi per fare meglio ci sono, le volontà dei giovani di potersi mettere in gioco anche.
Cos’è che frena, cos’è che rende questa Rivoluzione Meridionale così difficile da attuare?
Domande tante, risposte poche.

“Perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? Che se ti guardi intorno non c’è niente da cantare, solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male”, canta Brunori Sas, giovane cantautore calabrese, che non sarà Guido Dorso, ma con lui condivide un profondo amore per la propria terra, desideroso di non volerla mai vederla morire.

D’altronde viviamo in uno scenario simile sotto alcuni punti di vista.
Guido Dorso ha cercato di fare le sue osservazioni sulla società meridionale che cambiava, eppure rimaneva sempre così ineluttabilmente immobile: tutto era ed è tutt’ora statico come quel paese che non cambia mai ogni volta che lo visiti. Sopraggiunge un senso di vuoto apparente nel momento in cui ci si accorge che tutto sta per spegnersi, ma più forte è la consapevolezza che in quel nulla c’è una fiamma che arde, quella dell’intelletto di un giovane che si interroga cercando di dar vita a qualcosa che possa far cambiare l’attuale stato delle cose, oggi come allora.

Fino a che ci sarà solo un giovane meridionale a sperare e a provarci, niente è davvero perduto.

L’importante è far in modo che quelle piccole e poche fiamme non si spengano mai, facendo in modo che gli appelli dorsiani non finiscano nel più profondo scaffale della biblioteca dimenticata e che possano essere uno stimolo per una coscienza collettiva di tipo territoriale dimenticata.
Perché di questo c’è bisogno: di stimoli per continuare a sperare che una Rivoluzione Meridionale è ancora possibile farla attraverso i figli migliori che il Mezzogiorno continua a dare.

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Cronaca di una disfatta annunciata: quello che mi resta di una campagna elettorale

Ci siamo.
Siamo al “rush finale”, direbbe il giornalista di turno: fra circa una settimana saremo chiamati alle urne per rinnovare i due rami del parlamento e, conseguentemente, conosceremo anche il futuro governo che guiderà il Paese per i prossimi (forse) cinque anni.
Avere vent’ anni vuol dire essere alla prima tornata elettorale delle Politiche, il che, sostanzialmente, significa avere nelle proprie mani il potere di decidere quello che sarà il futuro dell’Italia e il percorso che Essa seguirà.
Volete la verità? Non mi sento realmente pronta, o meglio, non mi sarei mai aspettata di assistere ad una campagna elettorale del genere, forse perché avevo fatte mie ben altre aspettative.

I punti su cui voglio porre l’attenzione sono fondamentalmente due: il clima che stiamo vivendo e i contenuti realmente emersi in questa campagna elettorale.
Sono giorni, ormai, che siamo immersi nelle notizie su violenze perpetrate nel nome del fascismo o dell’antifascismo e, inevitabilmente, sembra di essere ripiombati nella seconda metà del secolo scorso.
La novità è che, dopo anni di relativa tranquillità, ci siamo trovati di fronte un’escalation di eventi di stampo neo-fascista, volti ad intaccare alcune delle parti fondamentali su cui la nostra società democratica si poggia: mi sembra giusto ricordare, visto che sono stata personalmente coinvolta, l’episodio avvenuto presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma Tre, della quale sono una studentessa e nella quale sono stata chiamata a rappresentare la comunità studentesca (per approfondire, rimando qui).
Mi sembra inutile rimarcarlo, ma tengo particolarmente a sottolineare questa cosa: sono stata cresciuta secondo i valori dell’antifascismo, i valori principali della nostra Carta Costituzionale e nel rispetto di chi la pensa diversamente da me.
Rispetto che io non vedo negli avvenimenti di questi giorni da ambo le parti, anche se non posso che condannare fermamente coloro i quali fanno riferimento ad un oscuro passato, che celebrano un partito che niente ha a che fare con i principi democratici di cui la Repubblica Italiana è piena espressione e nella cui legislazione, tutto ciò, è considerato reato.
Quello che vedo io è solo, per l’appunto, violenza. Credo che questa violenza sia figlia di un vuoto che attanaglia il dibattito politico di questo periodo.

Ostilità, paura, odio.
Sono parole con le quali era da molto che non mi confrontavo, ma che oggi sembrano permeare molti angoli della nostra società essendo usate all’interno del dibattito pubblico, soprattutto da parte di alcuni esponenti politici che ne hanno fatto i pilastri del loro programma.
Tutto questo mi invita a riflettere su quelle che devono essere le prerogative politiche, anzi, le responsabilità della politica vera e propria, la quale dovrebbe dare una forte risposta e non permettere ai più di riesumare il fascismo, di incitare all’odio, di far leva sulle paure dei cittadini, perché questo inevitabilmente porta a dei disordini.
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Il periodo della campagna elettorale non dovrebbe essere quello nel quale vengono fuori i programmi politici dei vari schieramenti? Quello nel quale si parla di ciò che si vuol fare, ciò in cui si crede e ciò che si vorrebbe per il futuro del Paese?
Sarà che io ho sempre avuto una mia personale e chiara visione delle cose, ma chi oggi per la prima volta affronta la scelta dei propri rappresentanti si sente spaesato, disinteressato e, qualche volta, anche scoraggiato.
Come dargli torto?
Nei vari dibattiti che si sono susseguiti da settimane non ho visto quasi nessuno parlare e dare una propria visione di quello che si vuole fare per i giovani, al come risolvere la questione legata alla disoccupazione, a dare un proprio punto di vista sull’università e il mondo dell’istruzione.
Non solo.
Come già accennato, ho notato un forte impoverimento nei programmi politici e in ciò che traspare nei vari media: è questa la più grande “disfatta” da imputare a tutta la politica italiana dei nostri giorni.
Non vedo politica, non vedo futuro.

Certo, questo lo concedo, forse un solo mese per la campagna elettorale è davvero riduttivo, ma la cosa più strana con cui cerco di fare i conti è che ancora non riesco a fare previsioni su cosa ci riserverà l’esito delle prossime elezioni.
Quello che so è quello che, da convinta elettrice di sinistra, vorrei accadesse all’indomani del 4 marzo e faccio mio il desiderio espresso nell’ultimo libro dell’On. Cuperlo: “La verità è un Partito Democratico diverso dall’impianto della fondazione. Diverso è il pluralismo all’interno, le regole elettorali dove giocarsi un primato. Diverse le relazioni col fuori, compreso l’arcipelago – civico, associativo, culturale – per convenzione perimetrato nella sinistra”.
Certo, l’On. Cuperlo pone l’accento sul ruolo che il suo partito dovrà avere nell’immediato futuro, ma io vorrei che tutta la Sinistra che si reputi tale capisca l’importanza della responsabilità che questi tempi chiedono alle formazioni progressiste di governo, al fine di far cessare ed eliminare quelle che sono le cause del clima nelle piazze di questi giorni. Parlare alla gente, non nell’accezione che molti demagoghi hanno della popolazione (la gente non ha sempre ragione, non può detenere le redini quando non ha le competenze), per capire quelli che sono i bisogni di tutti, degli ultimi, degli studenti, della classe media, dell’imprenditoria e cercare di trovare le soluzioni migliori per TUTTI.
Perché è per questo che la Sinistra è nata. Perché è questo che la Sinistra deve continuare a fare.

Tornare ad essere uniti, più forti, riscoprendo le nostre radici e rifacendo nostre le inequivocabili parole che hanno contraddistinto i programmi di stampo progressista.
È questa la miglior soluzione per arginare l’avanzata di tutt’altro tipo di parole (di cui sopra parlavo), le quali potrebbero avere effetti devastanti per il nostro futuro. Il mio futuro. Il futuro di tanti altri giovani che, come me, credono ancora nella speranza e in un mondo che possa realmente cambiare in meglio.

Pensieri in fumo

In queste ore, come tutti voi ben sapete, il Parco Nazionale del Vesuvio (e non solo) è in preda alle fiamme.
Dalle prime notizie emerse, si può presupporre che la matrice delle fiamme sia di origine dolosa, con anche varianti, a mio avviso, macabre.
Le fiamme non accennano a spegnersi, anche dopo i numerosi interventi dei Vigili del Fuoco sia a terra che con i canadair.
Ma l’aria? L’aria che respiriamo non è forse di tutti? Di chi appicca il fuoco, di chi non lo fa e subisce le azioni di altri.
Io vivo a circa 120km di distanza da dove, in questo momento, i roghi non accennano ad attenuarsi. Eppure, complice il vento che spira verso l’entroterra, questa era la situazione di ieri pomeriggio che è decisamente peggiorata nelle ore a causa dell’alta pressione la quale, pesante, preme sulla troposfera rendendo l’aria irrespirabile.
Non oso immaginare la situazione di chi, vivendo molto vicino all’epicentro degli incendi, è costretto a respirare concentrazioni di fumo e sostanze nocive più intense di quelle che si trovano qui (per non parlare dei roghi di rifiuti avvenuti sempre nel napoletano).
Pericoli per la salute e per l’ambiente che mettono a dura prova ogni anno il meridione in questi periodi più caldi: bisogna intervenire e punire chi mette a rischio la salute di tutti e la splendida macchia mediterranea per interessi personali.

20046570_10208934570549570_5444365148367154200_nRapporto Ecomafia di Legambiente Onlus 2016: http://legambiente.campania.it/primo-piano/ecomafia-2016/

Cosa resterà? Appunti di un viaggio appena iniziato

E’un mercoledì di maggio.
I raggi del sole entrano nella mia stanza illuminando la mia sveglia, la quale da lì a poco suonerà per ricordarmi che un altro giorno di lezione è pronto ad attendermi. Meccanicamente mi ritrovo sulla porta di casa per andare a seguire l’ultima lezione del semestre.  Impercettibilmente mi rendo conto che il mese è arrivato quasi alla sua conclusione: l’aria che respiro, però,  trasuda estate, come se fossimo in pieno giugno.
Nel mio caos mentale e nelle mie infinite incombenze, avevo completamente dimenticato di come il tempo passasse così in fretta: l’ultima lezione del primo anno dell’università la ricorderò, sicuramente, per molto tempo.
“La vostra è una scelta coraggiosa: il volersi specializzare in una disciplina del genere, al giorno d’oggi, vi fa onore e richiede davvero molto coraggio. Perseguite e raggiungete i vostri obiettivi e laureatevi”, queste le parole della mia docente di Storia Contemporanea al termine della lezione. All’improvviso ho avuto come un flashback di tutti gli avvenimenti che mi avevano portato fino a quel momento.

Ho sempre saputo, in realtà, quale sarebbe stata la mia scelta universitaria. Lo sapevano tutti.
Nemmeno un anno fa, chiudevo la mia esperienza liceale e alla classica domanda: “Allora, cosa vorrai fare ad ottobre?”, io sapevo già cosa rispondere. L’unica cosa che è rimasta incerta quasi fino alla fine è stata la scelta della città in cui avrei iniziato questo mio nuovo percorso, sia accademico che di vita.
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Di lì a poco mi sono ritrovata a Roma a studiare Scienze Politiche.
Una città immensa, una città che mi aveva già accolto tante volte precedentemente e che mai avrei pensato potesse accogliermi così intensamente, fino al punto in cui ho iniziato a chiamare Roma con l’appellativo casa. All’inizio non è stato facile, ma poi scoprendomi ogni giorno in modi sempre più diversi, ho capito che potevo farcela. Potevo realmente farcela.
Lezioni seguite, esami dati, persone nuove e tanti viaggi su e giù per l’Italia hanno segnato questo mio primo anno da universitaria fuori sede, ma non solo. Qualche settimana fa, ho avuto il piacere di vivere una nuova e gratificante esperienza: candidarmi ed essere eletta al Consiglio degli Studenti del mio ateneo.

Ancora tanto c’è da fare, ancora tanto c’è da scrivere.
Le parole della professoressa, mi hanno risvegliato da un leggero torpore che mi ha accompagnato, nonostante tutto, in questi mesi.
Spesso non mi sono accorta che il mio status da studentessa universitaria, per giunta fuori sede, è visto come un privilegio: da queste diverse inchieste condotte dal quotidiano La Repubblica, si può notare come sia davvero coraggiosa la scelta di continuare gli studi e specializzarsi in un determinato ambito del sapere. Poche opportunità lavorative nel nostro paese che si innestano con il problema di tasse sempre più alte per gli studenti, per non parlare delle differenze tra chi vive nel nord o nel sud della penisola.
Tanti fattori che devono trasformarsi in un unico obiettivo: cercare di porre l’attenzione sul problema del diritto allo studio, invogliare le nuove generazioni a diventare risorse per la società tutta, investendo sulla scuola, l’università e la ricerca. Se ciò non sarà nell’odierna e futura agenda di governo, studiare sarà sempre appannaggio di pochi e ciò non è accettabile.
Non è accettabile in un mondo sempre più competitivo, dove ogni giorno sei sempre più obsoleto del giorno successivo.
Questo la mia famiglia, come la famiglia di molti altri, l’ha capito. Hanno investito tutte le proprie risorse per renderci persone libere di costruire il proprio destino, di migliorarci e di rendere migliore il mondo del futuro; di questo non sarò mai grata abbastanza ai miei genitori, mai.
Ci vuole molto coraggio ad intraprendere il percorso universitario, ma ti ripaga giorno dopo giorno, ora dopo ora. Anche in questa infinita sessione estiva che sembra, ormai, essere già alle porte.

Essere donne nell’era Trump

E’ passato poco più di un mese dall’inizio di questo 2017, eppure il mese di gennaio sarà ricordato come il mese in cui è iniziato il mandato presidenziale del 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump.
Trump, che ci ha abituato ad aspri toni nella campagna elettorale presidenziale, non ha smentito le attese. Con il suo Muslim ban ha scatenato numerose reazioni di protesta sulla sua politica, non solo in America ma anche nel resto del mondo.
Discriminare in base al paese di provenienza, non è l’unica peculiarità del tycoon che ci ha abituati su frasi denigratorie e molto forti, soprattutto sulle donne.

Donne che si sono riversate nelle strade di Washington il 21 gennaio scorso per protestare contro il neo-presidente statunitense.
Il progetto Women’s March ha mobilitato numerosissime persone le quali, oltre a promuovere i diritti delle donne, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulla disparità razziale, sui problemi dei lavoratori e sulla questione ambientale, senza dimenticare le tematiche LGBT. La scelta della data non è stata di certo casuale: non a caso l’organizzazione è avvenuta il giorno dopo la cerimonia inaugurale del presidente Donald Trump, quasi come se lo scopo di tutto questo fosse far sapere a Trump sin dal primo giorno che c’é una buona parte della nazione intenzionata a non lasciare l’America nelle sue mani.
Tante donne, ma tanti anche gli uomini, hanno scelto questa marcia per dissentire con il neo-presidente.
Una forte rivendicazione, come non accadeva da un bel po’.

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L’organizzazione di questa marcia è cominciata due giorni dopo l’insediamento del presidente e nella capitale sono arrivati 1200 bus da tutta l’ America per formare quella che, a detta di molti, è stata la più grande mobilitazione di massa nella storia degli Stati Uniti d’America.
La manifestazione non è stata limitata a Washington, ma ci sono state manifestazioni sorelle in tutti gli US e in giro per il mondo.

Il mondo sta cambiando ed essere donne potrebbe essere una “marcia” in più.
Credo che stia nascendo un nuovo modo di sentirsi donna.
Un nuovo modo di farsi ascoltare, quasi un femminismo 2.0: non più incentrato solo sul ruolo della donna, ma che partendo da esso cerca di portare avanti battaglie politiche.
Niente è più scontato, tutto potrebbe cambiare, i diritti acquisiti nel tempo potrebbero essere cancellati e, questo, ha risvegliato le coscienze di molti e molte.
Un nuovo orgoglio spinge le donne ad essere in prima linea affinché la loro voce si opponga a politiche in netto contrasto con le aperture degli anni precedenti.

Essere donne nell’era Trump è essere coese contro un modo di pensare che divide, che chiude e che esclude. E’ impegnarsi per creare un’alternativa a questo clima di egoismo che si sta spargendo inesorabilmente. E’ riportare alla luce i problemi di disuguaglianza di genere che, ahimè, esistono ancora nelle democrazie occidentali.

E’ abbattere i muri che dividono le persone che si sentono diverse, che sono diverse, ma che hanno in comune un sogno: quello di vedere un futuro migliore, nonostante i primi atti di un’amministrazione che non sarà, di certo, facile.

 

Il bivio

Mancano poco più di 48 ore e saremo chiamati ad esprimerci (finalmente!) sul quesito referendario costituzionale. Eppure, sembra quasi che questa fatidica data ci accompagni giorno per giorno, ora per ora, in qualsiasi momento della nostra quotidianità da molti mesi, ormai.

Sembrerebbe un’ombra.

Un’ombra alquanto soffocante, per quanto mi riguarda. Già, perché è una campagna in cui si discute poco sui meriti che la riforma costituzionale Renzi-Boschi vorrebbe apportare in futuro e tanto (troppo) sul piano politico incentrato sul post-voto. Parlandone in giro, spesso, mi sento dire che è un test sul governo, o meglio, su Renzi e su cosa ne pensano gli italiani del suo operato, ma non è così. 

E’ qualcosa di molto di più di questo. Siamo chiamati ad esprimerci sulla legge suprema del nostro ordinamento, una legge che è stata scritta e pensata dopo l’esperienza della costituente e che qualcuno ha definito “La più bella del mondo”.

Non sarò qui a scrivere l’ennesimo articolo nel quale si analizza nel concreto la riforma (per questo vi consiglio questo articolo qui) o le ragioni del SI o del NO, ma vorrei semplicemente fare alcune riflessioni ad alta voce. Come accennavo prima, il dibattito mi è apparso esagerato e, spesso, avulso da ciò su cui siamo chiamati a decidere.

La voglia di cambiare e di rinnovare, contro la voglia di lasciare tutto immutato.

E’ questo che spesso filtra tra i vari dibattiti che cerchiamo di seguire in TV e non solo. Tutto questo è stato gestito in modo sbagliato: porre la campagna referendaria come una qualsiasi battaglia politica è stato un errore in primis del Premier, il quale si sta giocando il tutto per tutto, e anche di chi non voterà favorevolmente la riforma. 

Entrambi gli schieramenti stanno pressando l’elettorato proponendo azzardate previsioni sul futuro del nostro paese: giocano sulla paura, sulla disinformazione e sui punti deboli dei cittadini, ma questo, per un rappresentante politico non è per nulla ammissibile.

Al di là di questi aspetti puramente comunicativi, la riforma costituzionale va fatta (almeno per quello che ritengo opportuno) ma non in questo modo. No, non tenendo conto di quello che realmente la Costituzione della Repubblica Italiana è, e rappresenta. Calamandrei, nel suo discorso ai giovani sulla Costituzione, disse: 

La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

Un ideale, appunto. Ma dove sono gli ideali in una riforma scritta in modo totalmente sbagliato? Per riformare è giusto snaturare quello che i nostri padri costituenti hanno scritto nel 1947?

Solo tanta confusione, in questo 2016.

Credo che bisognerà ancora lavorare, perché per me, non è sicuramente questo il giusto modo di riformare la Costituzione. Non così, non con queste premesse.

#SaveCairano

Il 2 ottobre 2016 mi sono trasferita definitivamente a Roma, ma non per questo ho intenzione di dimenticare i problemi che affliggono la mia amata Irpinia.

Leggendo questo post del Comitato Voria di Vallata e grazie alla notizia che mi è arrivata da una delle componenti di Io voglio Restare in Irpinia, sono venuta a conoscenza del parere positivo del V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) della Regione Campania al fine di voler installare nel comune di Cairano ulteriori impianti eolici.

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©Angelo Cesta – Flickr
Non sono nuovi nel nostro territorio eventi di sciacallaggio di prim’ordine, inerenti proprio all’eolico selvaggio e alle conseguenze che esso ha portato in Alta Irpinia (come documentato da questo articolo del FattoQuotidiano qualche tempo fa) e in particolare sul Formicoso.
Formicoso da una parte, Cairano dall’altra.
Il paese simbolo della rinascita irpina, rappresentata da manifestazioni come Cairano7x e lo SponzFest di Vinicio Capossela e dove fu girato nel 1963 il film neo-realista “La donnaccia”, rischia di perdere quello che lo ha sempre caratterizzato: il famoso paesaggio della rupe vista dal basso.
Già, perché proprio in quel fazzoletto di terra tra Conza della Campania e Cairano, vorrebbero costruire i nuovi impianti di aerogeneratori.
Insomma, non se ne può realmente più!
Ormai non importa più se vicino vi è un’area del WWF. Non importa se è un luogo amato e apprezzato dai turisti che scelgono proprio Cairano per le passeggiate e per gli splendidi paesaggi che solo questo lato d’Irpinia può regalarci. No, non importa più.

Quello che importa sono solo i profitti che un’azione del genere potrebbe portare nelle tasche di pochi, mentre per noi cittadini, per tutti coloro che amano queste zone e per chi per questi paesi vede prospettive diverse da quello di diventare luogo di produzione di energia eolica in modo così estensivo, non rimarrà nulla se non il rimpianto di non aver potuto fare di più.
Alzare la voce, farsi sentire, informarsi: sono le prime azioni che ogni cittadino consenziente dovrebbe mettere in pratica nel proprio paese.
Che sia centro o periferia, città o piccolo paese le cose non cambiano.

Voci che non sono mai state in silenzio sono quelle degli attivisti locali contro l’eolico selvaggio, le varie associazioni che non vogliono chiudere gli occhi e cercano di porre l’argomento sempre al centro dell’ attenzione a cui vorrei rivolgere, personalmente, i miei ringraziamenti per le battaglie che vengono portate avanti e per, nel loro piccolo, tenere informati tutti coloro i quali che, per ragioni di studio o di lavoro, non vivono più stabilmente lì.

Chi chiede di alzare la voce è il sindaco di Cairano (per approfondire clicca qui) , D’Angelis, affinché la Regione Campania capisca di non poter percepire le aree interne solo come posti dove allocare, senza alcun criterio, impianti per la creazione di energia elettrica.

Bob Dylan (Nobel per la letteratura 2016, ndr) scriveva e cantava che la risposta bisogna ascoltarla nel vento.
L’aria che tira in Alta Irpinia non è delle migliori, ma con il contributo di tutti si può iniziare a cambiarla.