Cosa resterà? Appunti di un viaggio appena iniziato

E’un mercoledì di maggio.
I raggi del sole entrano nella mia stanza illuminando la mia sveglia, la quale da lì a poco suonerà per ricordarmi che un altro giorno di lezione è pronto ad attendermi. Meccanicamente mi ritrovo sulla porta di casa per andare a seguire l’ultima lezione del semestre.  Impercettibilmente mi rendo conto che il mese è arrivato quasi alla sua conclusione: l’aria che respiro, però,  trasuda estate, come se fossimo in pieno giugno.
Nel mio caos mentale e nelle mie infinite incombenze, avevo completamente dimenticato di come il tempo passasse così in fretta: l’ultima lezione del primo anno dell’università la ricorderò, sicuramente, per molto tempo.
“La vostra è una scelta coraggiosa: il volersi specializzare in una disciplina del genere, al giorno d’oggi, vi fa onore e richiede davvero molto coraggio. Perseguite e raggiungete i vostri obiettivi e laureatevi”, queste le parole della mia docente di Storia Contemporanea al termine della lezione. All’improvviso ho avuto come un flashback di tutti gli avvenimenti che mi avevano portato fino a quel momento.

Ho sempre saputo, in realtà, quale sarebbe stata la mia scelta universitaria. Lo sapevano tutti.
Nemmeno un anno fa, chiudevo la mia esperienza liceale e alla classica domanda: “Allora, cosa vorrai fare ad ottobre?”, io sapevo già cosa rispondere. L’unica cosa che è rimasta incerta quasi fino alla fine è stata la scelta della città in cui avrei iniziato questo mio nuovo percorso, sia accademico che di vita.
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Di lì a poco mi sono ritrovata a Roma a studiare Scienze Politiche.
Una città immensa, una città che mi aveva già accolto tante volte precedentemente e che mai avrei pensato potesse accogliermi così intensamente, fino al punto in cui ho iniziato a chiamare Roma con l’appellativo casa. All’inizio non è stato facile, ma poi scoprendomi ogni giorno in modi sempre più diversi, ho capito che potevo farcela. Potevo realmente farcela.
Lezioni seguite, esami dati, persone nuove e tanti viaggi su e giù per l’Italia hanno segnato questo mio primo anno da universitaria fuori sede, ma non solo. Qualche settimana fa, ho avuto il piacere di vivere una nuova e gratificante esperienza: candidarmi ed essere eletta al Consiglio degli Studenti del mio ateneo.

Ancora tanto c’è da fare, ancora tanto c’è da scrivere.
Le parole della professoressa, mi hanno risvegliato da un leggero torpore che mi ha accompagnato, nonostante tutto, in questi mesi.
Spesso non mi sono accorta che il mio status da studentessa universitaria, per giunta fuori sede, è visto come un privilegio: da queste diverse inchieste condotte dal quotidiano La Repubblica, si può notare come sia davvero coraggiosa la scelta di continuare gli studi e specializzarsi in un determinato ambito del sapere. Poche opportunità lavorative nel nostro paese che si innestano con il problema di tasse sempre più alte per gli studenti, per non parlare delle differenze tra chi vive nel nord o nel sud della penisola.
Tanti fattori che devono trasformarsi in un unico obiettivo: cercare di porre l’attenzione sul problema del diritto allo studio, invogliare le nuove generazioni a diventare risorse per la società tutta, investendo sulla scuola, l’università e la ricerca. Se ciò non sarà nell’odierna e futura agenda di governo, studiare sarà sempre appannaggio di pochi e ciò non è accettabile.
Non è accettabile in un mondo sempre più competitivo, dove ogni giorno sei sempre più obsoleto del giorno successivo.
Questo la mia famiglia, come la famiglia di molti altri, l’ha capito. Hanno investito tutte le proprie risorse per renderci persone libere di costruire il proprio destino, di migliorarci e di rendere migliore il mondo del futuro; di questo non sarò mai grata abbastanza ai miei genitori, mai.
Ci vuole molto coraggio ad intraprendere il percorso universitario, ma ti ripaga giorno dopo giorno, ora dopo ora. Anche in questa infinita sessione estiva che sembra, ormai, essere già alle porte.

Essere donne nell’era Trump

E’ passato poco più di un mese dall’inizio di questo 2017, eppure il mese di gennaio sarà ricordato come il mese in cui è iniziato il mandato presidenziale del 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump.
Trump, che ci ha abituato ad aspri toni nella campagna elettorale presidenziale, non ha smentito le attese. Con il suo Muslim ban ha scatenato numerose reazioni di protesta sulla sua politica, non solo in America ma anche nel resto del mondo.
Discriminare in base al paese di provenienza, non è l’unica peculiarità del tycoon che ci ha abituati su frasi denigratorie e molto forti, soprattutto sulle donne.

Donne che si sono riversate nelle strade di Washington il 21 gennaio scorso per protestare contro il neo-presidente statunitense.
Il progetto Women’s March ha mobilitato numerosissime persone le quali, oltre a promuovere i diritti delle donne, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulla disparità razziale, sui problemi dei lavoratori e sulla questione ambientale, senza dimenticare le tematiche LGBT. La scelta della data non è stata di certo casuale: non a caso l’organizzazione è avvenuta il giorno dopo la cerimonia inaugurale del presidente Donald Trump, quasi come se lo scopo di tutto questo fosse far sapere a Trump sin dal primo giorno che c’é una buona parte della nazione intenzionata a non lasciare l’America nelle sue mani.
Tante donne, ma tanti anche gli uomini, hanno scelto questa marcia per dissentire con il neo-presidente.
Una forte rivendicazione, come non accadeva da un bel po’.

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L’organizzazione di questa marcia è cominciata due giorni dopo l’insediamento del presidente e nella capitale sono arrivati 1200 bus da tutta l’ America per formare quella che, a detta di molti, è stata la più grande mobilitazione di massa nella storia degli Stati Uniti d’America.
La manifestazione non è stata limitata a Washington, ma ci sono state manifestazioni sorelle in tutti gli US e in giro per il mondo.

Il mondo sta cambiando ed essere donne potrebbe essere una “marcia” in più.
Credo che stia nascendo un nuovo modo di sentirsi donna.
Un nuovo modo di farsi ascoltare, quasi un femminismo 2.0: non più incentrato solo sul ruolo della donna, ma che partendo da esso cerca di portare avanti battaglie politiche.
Niente è più scontato, tutto potrebbe cambiare, i diritti acquisiti nel tempo potrebbero essere cancellati e, questo, ha risvegliato le coscienze di molti e molte.
Un nuovo orgoglio spinge le donne ad essere in prima linea affinché la loro voce si opponga a politiche in netto contrasto con le aperture degli anni precedenti.

Essere donne nell’era Trump è essere coese contro un modo di pensare che divide, che chiude e che esclude. E’ impegnarsi per creare un’alternativa a questo clima di egoismo che si sta spargendo inesorabilmente. E’ riportare alla luce i problemi di disuguaglianza di genere che, ahimè, esistono ancora nelle democrazie occidentali.

E’ abbattere i muri che dividono le persone che si sentono diverse, che sono diverse, ma che hanno in comune un sogno: quello di vedere un futuro migliore, nonostante i primi atti di un’amministrazione che non sarà, di certo, facile.

 

Il bivio

Mancano poco più di 48 ore e saremo chiamati ad esprimerci (finalmente!) sul quesito referendario costituzionale. Eppure, sembra quasi che questa fatidica data ci accompagni giorno per giorno, ora per ora, in qualsiasi momento della nostra quotidianità da molti mesi, ormai.

Sembrerebbe un’ombra.

Un’ombra alquanto soffocante, per quanto mi riguarda. Già, perché è una campagna in cui si discute poco sui meriti che la riforma costituzionale Renzi-Boschi vorrebbe apportare in futuro e tanto (troppo) sul piano politico incentrato sul post-voto. Parlandone in giro, spesso, mi sento dire che è un test sul governo, o meglio, su Renzi e su cosa ne pensano gli italiani del suo operato, ma non è così. 

E’ qualcosa di molto di più di questo. Siamo chiamati ad esprimerci sulla legge suprema del nostro ordinamento, una legge che è stata scritta e pensata dopo l’esperienza della costituente e che qualcuno ha definito “La più bella del mondo”.

Non sarò qui a scrivere l’ennesimo articolo nel quale si analizza nel concreto la riforma (per questo vi consiglio questo articolo qui) o le ragioni del SI o del NO, ma vorrei semplicemente fare alcune riflessioni ad alta voce. Come accennavo prima, il dibattito mi è apparso esagerato e, spesso, avulso da ciò su cui siamo chiamati a decidere.

La voglia di cambiare e di rinnovare, contro la voglia di lasciare tutto immutato.

E’ questo che spesso filtra tra i vari dibattiti che cerchiamo di seguire in TV e non solo. Tutto questo è stato gestito in modo sbagliato: porre la campagna referendaria come una qualsiasi battaglia politica è stato un errore in primis del Premier, il quale si sta giocando il tutto per tutto, e anche di chi non voterà favorevolmente la riforma. 

Entrambi gli schieramenti stanno pressando l’elettorato proponendo azzardate previsioni sul futuro del nostro paese: giocano sulla paura, sulla disinformazione e sui punti deboli dei cittadini, ma questo, per un rappresentante politico non è per nulla ammissibile.

Al di là di questi aspetti puramente comunicativi, la riforma costituzionale va fatta (almeno per quello che ritengo opportuno) ma non in questo modo. No, non tenendo conto di quello che realmente la Costituzione della Repubblica Italiana è, e rappresenta. Calamandrei, nel suo discorso ai giovani sulla Costituzione, disse: 

La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

Un ideale, appunto. Ma dove sono gli ideali in una riforma scritta in modo totalmente sbagliato? Per riformare è giusto snaturare quello che i nostri padri costituenti hanno scritto nel 1947?

Solo tanta confusione, in questo 2016.

Credo che bisognerà ancora lavorare, perché per me, non è sicuramente questo il giusto modo di riformare la Costituzione. Non così, non con queste premesse.

#SaveCairano

Il 2 ottobre 2016 mi sono trasferita definitivamente a Roma, ma non per questo ho intenzione di dimenticare i problemi che affliggono la mia amata Irpinia.

Leggendo questo post del Comitato Voria di Vallata e grazie alla notizia che mi è arrivata da una delle componenti di Io voglio Restare in Irpinia, sono venuta a conoscenza del parere positivo del V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) della Regione Campania al fine di voler installare nel comune di Cairano ulteriori impianti eolici.

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©Angelo Cesta – Flickr
Non sono nuovi nel nostro territorio eventi di sciacallaggio di prim’ordine, inerenti proprio all’eolico selvaggio e alle conseguenze che esso ha portato in Alta Irpinia (come documentato da questo articolo del FattoQuotidiano qualche tempo fa) e in particolare sul Formicoso.
Formicoso da una parte, Cairano dall’altra.
Il paese simbolo della rinascita irpina, rappresentata da manifestazioni come Cairano7x e lo SponzFest di Vinicio Capossela e dove fu girato nel 1963 il film neo-realista “La donnaccia”, rischia di perdere quello che lo ha sempre caratterizzato: il famoso paesaggio della rupe vista dal basso.
Già, perché proprio in quel fazzoletto di terra tra Conza della Campania e Cairano, vorrebbero costruire i nuovi impianti di aerogeneratori.
Insomma, non se ne può realmente più!
Ormai non importa più se vicino vi è un’area del WWF. Non importa se è un luogo amato e apprezzato dai turisti che scelgono proprio Cairano per le passeggiate e per gli splendidi paesaggi che solo questo lato d’Irpinia può regalarci. No, non importa più.

Quello che importa sono solo i profitti che un’azione del genere potrebbe portare nelle tasche di pochi, mentre per noi cittadini, per tutti coloro che amano queste zone e per chi per questi paesi vede prospettive diverse da quello di diventare luogo di produzione di energia eolica in modo così estensivo, non rimarrà nulla se non il rimpianto di non aver potuto fare di più.
Alzare la voce, farsi sentire, informarsi: sono le prime azioni che ogni cittadino consenziente dovrebbe mettere in pratica nel proprio paese.
Che sia centro o periferia, città o piccolo paese le cose non cambiano.

Voci che non sono mai state in silenzio sono quelle degli attivisti locali contro l’eolico selvaggio, le varie associazioni che non vogliono chiudere gli occhi e cercano di porre l’argomento sempre al centro dell’ attenzione a cui vorrei rivolgere, personalmente, i miei ringraziamenti per le battaglie che vengono portate avanti e per, nel loro piccolo, tenere informati tutti coloro i quali che, per ragioni di studio o di lavoro, non vivono più stabilmente lì.

Chi chiede di alzare la voce è il sindaco di Cairano (per approfondire clicca qui) , D’Angelis, affinché la Regione Campania capisca di non poter percepire le aree interne solo come posti dove allocare, senza alcun criterio, impianti per la creazione di energia elettrica.

Bob Dylan (Nobel per la letteratura 2016, ndr) scriveva e cantava che la risposta bisogna ascoltarla nel vento.
L’aria che tira in Alta Irpinia non è delle migliori, ma con il contributo di tutti si può iniziare a cambiarla.

#RipartiamodallaScuola

Settembre, si sa, è il mese in cui tutto inizia.
Una sorta di Capodanno, sopratutto per gli studenti e gli insegnanti che rientrano al lavoro proprio in questo mese. L’apertura quest’ anno è stata caratterizzata da numerosi disagi, in particolar modo si legge di docenti che non hanno ancora la propria cattedra e, di conseguenza, i primi giorni di scuola per molti ragazzi saranno senza insegnanti.
Il tutto colpa della riforma scolastica del governo Renzi (107/2015 – Buona Scuola), dove molti tra  docenti e personale ATA sono stati spostati da una regione ad un’altra e che ancora non hanno ricevuto la sede definitiva e, molti altri, ancora in attesa di assunzione dal mega-concorsone che si è svolto nei mesi scorsi (per saperne di più leggere qui).
Insomma, un vero caos. E’ davvero questa la “Buona Scuola” a cui auspichiamo?

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Nella mia regione oggi iniziano le lezioni, ma da quest’anno io non sarò più dietro i banchi del liceo e vorrei dare una mia lettura di quello che ho sempre pensato negli ultimi anni di scuola.
Cambiare ogni anno un docente non è sicuramente positivo per i ragazzi che si trovano a perdere un’ importante figura di riferimento come è, per l’appunto, quella del docente (per approfondire clicca qui) e non credo che servano alternanze scuola-lavoro organizzate sommariamente e non modellate sul percorso di studi scelto dai ragazzi.
E’ proprio di oggi l’uscita dello studio annuale dell’ Ocse sulla scuola: da esso emerge che i giovani che non studiano e non lavorano (i neet) aumentano e che la spesa pubblica per la scuola e l’università in Italia è stata ridotta del circa 14% tra il 2008 e il 2014.
Può uno dei paesi tra i più sviluppati del mondo avere queste stime? Non credo che sia la direzione giusta, perché si sta tagliando sul futuro e sulla competitività delle nostre menti in un futuro prossimo.

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Qualche giorno fa il MIUR ha lanciato l’hashtag #RipartiamodallaScuola per aprire questo nuovo anno scolastico con l’immagine della costruzione, a tempo di record, della nuova scuola per i ragazzi di Amatrice, i quali hanno dovuto confrontarsi con il terremoto solo qualche settimana fa. Ripartire dalla scuola, è questo il segreto. L’importante è farlo bene in modo da non impartire solo insegnamenti “inscatolati”, ma cercare di formare menti e cittadini di domani e, citando Vecchioni, auguro un buon anno scolastico ai colleghi studenti e agli insegnanti, che con non poche difficoltà, hanno la possibilità di fare il più bel mestiere del mondo.

“La scuola è quello che le persone saranno ed è sbagliato perseverare nel tenerla ciancicata. La scuola deve dare ai ragazzi l’orgoglio di essere uomini”.

L’alba di una nuova Europa

I Clash, negli anni ’80, cantavano “Should I Stay or Should I Go?” (Dovrei rimanere, o andare via?).
Una settimana fa il Regno Unito ha risposto alla domanda, decidendo di andare via.
Sono rimasta sbigottita dalla scelta compiuta dai cittadini britannici, non perché condanno la loro scelta che è stata assolutamente democratica, ma perché credo che non si siano ancora resi conto delle conseguenze che si avranno in merito a questa scelta.

Analizzando le possibili conseguenze, vanno sicuramente citate quelle economiche, poiché brexitscrabblesi sa che è “l’economia il motore di tutto”: le borse tracollano, la sterlina è completamente svalutata, si può parlare allora di scelta saggia?
A distanza di una settimana, il clima rimane sempre molto teso. Londra, capitale delle start-up e di molte grandi multinazionali europee, vedrà partire molti dei suoi uffici dalla City verso altre città europee.

Il ministro delle finanze britannico George Osborne ha dichiarato che i “fondamenti dell’economia britannica sono solidi” per rassicurare i mercati, anche se non ha escluso che si perderanno posti di lavoro e che l’economia britannica entri in recessione.

Ma non solo.
L’ultima seduta del parlamento europeo ha visto l’istituzione di Strasburgo chiedere al Regno Unito di attivare subito la procedura di separazione, con negoziati che non saranno affatto clementi con l’Isola oltre Manica.
Insomma, un territorio economico-politico non facile da gestire, anche perché quello che viene fuori dal voto, parlando in termini interni alla sola Gran Bretagna, è un popolo diviso in giovani, i quali hanno optato per il REMAIN, mentre gli Over65 per il LEAVE.
Diviso anche negli stati costitutivi del regno di Sua Maestà:
in Scozia, dove il Remain ha superato il 50% dei consensi, la spinta indipendentista è tornata fortemente sul tavolo della scena politica e il primo ministro Nicola Sturgeon ha annunciato che la Scozia vorrebbe essere in Europa, con o senza Londra. Situazione analoga sull’altra sponda del Mar d’Irlanda, dove l’Irlanda del Nord pensa ad una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda in prospettiva di stare insieme in Europa.

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Il Big Ben di Londra riflesso in una pozzanghera. (Leon Neal, Afp).

Anche i partiti politici britannici ne escono distrutti.

Nel partito del Premier dimissionario Cameron, il dibattito è concentrato sulla successione dello stesso in questo delicato periodo di transizione.

Nei Labour, Jeremy Corbyn è stato sfiduciato perché ritenuto colpevole di non aver fatto il possibile per la campagna referendaria del Remain.

Ma la domanda più grande è: ED ORA? COME SI ANDRÀ AVANTI?
Tre milioni di britannici firmano per convocare un nuovo referendum.
Il partito euroscettico (Partij voor de Vrijheid) in Olanda è davanti nei sondaggi.
Marine Le Pen non esclude un referendum similare in Francia.

“Uno spettro si aggira per l’Europa – scrivevano Marx ed Engles – lo spettro del comunismo”
Nel 2016 l’unico spettro che si aggira per l’Europa è quello del populismo.
La Brexit è frutto di uno spaventoso avanzamento dei partiti politici populisti, xenofobi e che hanno sempre sostenuto le ragioni dell’essere padroni a casa nostra.
Bisogna anche dire che il Regno Unito non si è mai sentito realmente parte integrante della stessa Unione, ma si è sempre mantenuta su posizioni ambigue (non ha adottato l’Euro, non è mai entrato a far parte dell’area Schengen…), però quello che si profila è tutt’altro un futuro certo.

Berlinguer diceva: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” , questo deve essere il faro per le future navigazioni di carattere internazionale, affinchè le tenebre non distruggano tutto quello che si è costruito faticosamente. Inoltre, bisogna cercare di far arrivare la luce nelle questioni sociali di questa Europa, perché, bisogna dirlo, è anche questo uno dei motivi che potrebbe farla crollare. Uniti e attenti ai reali problemi della gente è l’unica medicina per far diventare l’Unione Europea ancora più grande ed ancora più importante nello scacchiere internazionale.

Unioni civili: un passo verso la civiltà che ancora non basta!

E’ di qualche giorno fa l’approvazione definitiva del famoso ddl Cirinnà, ossia il disegno di legge che ammetteva, finalmente, la legittimazione dello Stato alle unioni omosessuali e non.
Nel mese di Ottobre del 2015, ho comprato e assistito alla presentazione del libro “Papà, mamma e gender”  scritto con delicatezza, inserendo nel discorso riferimenti coerenti, da Michela Marzano (filosofa italiana fuoriuscita in Francia e prestata alla politica di casa nostra con l’elezione alla Camera per il PD). Grazie a questo piccolo libro, mi si è aperto un mondo a me sconosciuto e ho compreso tantissime cose che prima ignoravo.

Fin dal titolo che accosta le parole più familiari di tutte a un termine ostico come pochi, Papà, mamma e gender, il nuovo libro di Michela Marzano fa propria la missione dello scrittore Albert Camus: “Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo”.
Lo fa appunto da filosofa, andandone a rintracciare le origini e poi le successive strumentalizzazioni, ma tenendo ben fermo lo sguardo sull’attualità per dare ai lettori tutti gli elementi necessari a decifrare l’uso politico e paradossale (che hanno adottato gli oppositori) di questo concetto.
In sintesi, il piccolo saggio arriva ad analizzare il cosiddetto “concetto gender”, intorno al quale si sono polarizzate una serie di polemiche e si sono accumulati molti fantasmi. Da un lato lo utilizza chi si oppone alle unioni civili. Dall’altro è diventato la parola d’ordine di chi immagina che si voglia colonizzare la mente dei bambini, e viene accusato di voler oscurare la naturalità della famiglia, dei padri e delle madri. Ma non è così: non esiste nessuna ideologia gender, casomai una molteplicità di studi sul gender (i quali nel libro vengono citati ed analizzati) che partono da anni addietro, e non sono solo congetture moderne. largeSono tutt’altro e di certo non sostengono che i bambini debbono cambiare sesso a piacimento, come affermano testi e video che circolano sul web e sulle pagine delle associazioni contrarie al disegno di legge e che vengono utilizzati per creare panico e bloccare le presentazioni di questo libro (per approfondire, clicca qui). Comunque sia, leggerlo mi è stato particolarmente utile per capire il dibattito politico di mesi addietro, ma anche di quello di oggi.

L’importante è che se ne parli, ma in modo accurato e con le giuste conoscenze nel campo, al fine di evitare discriminazioni e omofobia, che risultano in forte crescita dopo l’approvazione del ddl.

Dopo questa, per me fondamentale, premessa è d’obbligo dire che l’autrice del libro si è dimessa dal gruppo alla camera del PD subito dopo aver approvato il disegno di legge. Uno potrebbe chiedersi il perché di questa azione, visto che lei si è sempre battuta per l’approvazione della stessa: ebbene, la legge Cirinnà è monca.

Manca la parte importantissima sulla Stepchild adoption  “che continuo a reputare importante e necessaria, ma non sufficiente e, sul capitolo dei bambini che continuano a essere penalizzati in ragione dell’orientamento sessuale dei genitori, proprio brutta” scrive la Marzano sul suo profilo Facebook. Come darle torto?

Saranno per caso figli di un Dio minore, la cui famiglia verrà decisa da un tribunale prima, da una legge poi e magari, sbattuti a destra e sinistra senza mai trovare la stabilità?

L’amore è amore. Lo sappiamo.

Purtroppo l’Italia non è ancora pronta per questo fondamentale passo per la costruzione di una democrazia più libera e più egualitaria per tutti; un bambino ha diritto di crescere in una famiglia che può dargli amore, di qualunque tipo essa sia! Bisogna in primis tutelare il bambino e la sua felicità, senza speculare sulla sua famiglia. Si parla di buona o cattiva genitorialità (per saperne di più, clicca qui), non di figli felici con le coppie etero o con quelle gay. Non è il giusto discriminante!

L’altra parte che, purtroppo, è stata tagliata è quella dell’ obbligo di fedeltà: una volontà di differenziazione dal matrimonio, mentre viene regolamentata la vita familiare così come la reversibilità della pensione, i congedi parentali, la possibilità di accesso alle graduatorie per l’asilo nido se la coppia ha figli.
Mi viene da dire che siamo (quasi) tutti uguali.