Di dorsiana memoria e dorsiano futuro

Ma appunto perciò occorre che i giovani, i quali hanno già dato qualche segno di non voler seguire le linee di sviluppo della tradizione dei padri, escano dallo stato di fatalismo che incombe sulle anime meridionali, per dimostrare che le élites del Sud non sono costituite soltanto da speculatori geniali capaci di anticipare di secoli le grandi scoperte del pensiero umano, ma sono costituite anche da uomini di azioni capaci altresì di compiere il miracolo di svegliare un popolo di morti”.
Guido Dorso, La Rivoluzione Meridionale – 1925

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Cosa vuol dire essere un giovane meridionale nel 2018 e come quest’ ultimo può cercare di far cambiare realmente le cose?
È questa la domanda che mi sono posta nel momento in cui mi sono imbattuta nell’ “Appello ai giovani del Mezzogiorno” contenuto nel saggio “La Rivoluzione Meridionale” dell’intellettuale irpino Guido Dorso.
Pubblicato all’inizio del Ventennio fascista, lo scritto ed in particolare questo appello non può lasciare il lettore indifferente, tanto più se il lettore stesso è un giovane meridionale: il tempo che è trascorso dalla prima pubblicazione è notevole, ma questo scritto non ha perso il suo appeal, o per meglio dire, la sua attualizzazione.
Nonostante si viva in un periodo storico in cui apparentemente la “questione meridionale” ha perso la sua centralità all’interno del dibattito politico nazionale, il gap tra il nord e il sud del Paese è tutt’altro che risolto. Ciò che si evince chiaramente è che questa “nuova questione” colpisce sempre di più la fascia giovanile della popolazione meridionale, che si vede costretta ad emigrare molto tempo prima di quanto non lo facessero i loro predecessori, i quali una volta terminata l’attività lavorativa per i sopraggiunti limiti d’età, sono tornati nei paesi natii che inesorabilmente sono destinati a scomparire.

Ma esiste una nuova classe politica del Mezzogiono? Esistono cento uomini d’acciaio col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea?
Questo dubbio di Dorso che emerge nelle pagine de “L’ Occasione Storica”, perno della riflessione dorsiana sulla decadente “classe politica meridionale”, può essere un punto fondamentale su cui riflettere, attualizzando il tema.

La classe politica meridionale, ci ha abituati alla non incisività di portare all’attenzione di issue territoriali nell’agenda politica nazionale. Quello a cui i cittadini del Mezzogiorno sono abituati, invece, è una rassegnazione data dall’abitudine, dal non sentirsi più importanti, dal sentirsi abbandonati a loro stessi senza che vi sia la presenza delle istituzioni.
A fare da spiraglio a questa situazione generale, sono stati appelli, slogan, frasi costruite ad hoc nelle campagne elettorali per accaparrarsi il voto dei cittadini del Sud del Paese che, stanchi della situazione lavorativa, economica e sociale in cui il territorio versa, hanno cercato di riportare al centro della scena politica nazionale questo tema.
Effettivamente quello che si denota è un’inconsistenza della classe politica meridionale che difende e, anzi, promuove politiche volte al miglioramento della vita dei cittadini e che, allo stesso tempo, argina il più grande fenomeno migratorio di under 30 degli ultimi anni.

Un tema complesso, pieno di sfaccettature che non sempre si riescono a cogliere perfettamente.
Certo è che la più grande conseguenza della “Questione Meridionale” degli anni 2000 è, come già accennato precedentemente, l’emigrazione di massa dei giovani meridionali che si spostano altrove per proseguire gli studi, per specializzarsi e per poi, in seguito, trovare più facilmente un lavoro che si adatti alle loro attitudini.
Spesso le istituzioni hanno cercato soluzioni che potessero contrastare questo fenomeno, ma ad oggi le statistiche sono ancora drammatiche: secondo il rapporto Svimez 200mila laureati hanno lasciato il Meridione per trasferirsi in posti più appetibili sotto il profilo del mercato lavorativo, lasciando così la classe dirigente meridionale a non poter contare sui cervelli migliori provenienti dai propri territori.
Come può la classe dirigente meridionale, con queste premesse, favorire un miglioramento nelle fila dirigenziali in modo tale da far riscattare la visione generale che si ha del Mezzogiorno?
L’auspicio di Dorso è, quindi, qualcosa di davvero irrealizzabile?

No, il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia; non chiede aiuto, ma libertà.
Se il mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, con la sua libera iniziativa e seguendo l’esempio dei suoi figli migliori, tutto sarà inutile…
”, scriveva Dorso.

Questa rivoluzione sembra tardare ad arrivare, mentre i suoi figli migliori sembrano andar tutti via nell’indifferenza generale.

Da questo passo affiora tutta il pensiero proprio dell’autore, mettendo in risalto un punto centrale che ancora oggi può essere un appiglio per una possibile spiegazione sulle cause dell’arretratezza e della voglia di un “non riscatto” che qui, da parte di Dorso, sono spesso figlie di una mentalità che ha radici profonde nelle coscienze dei cittadini meridionali.
Il riscatto non deve essere pensato dagli stessi cittadini, dalla “libera iniziativa seguendo i suoi figli migliori”, ma provenire dall’alto: “il contributo”, i finanziamenti, i sovvenzionamenti europei, sono istituti che spesso echeggiano e vengono citati nei discorsi su come cercare di cambiare le cose, ma senza di essi tutto sembra avere la parvenza di essere qualcosa di impossibile da realizzare.
Eppure, il Dorso aveva già dato una sua soluzione al problema: il “seguire i suoi figli migliori” non può lasciare indifferenti e non può non far accendere una lampadina all’interno del nostro pensiero critico.

In un periodo storico in cui, per l’appunto, le risorse giovanili nelle terre meridionali sembrano inesorabilmente venir meno bisognerebbe creare un presupposto per continuare a restare, a cambiare davvero le cose, a rendere il nostro Sud degno di avere le migliori risorse umane che solo i giovani dei territori coinvolti possono apportare.
Degno di nota è il progetto portato avanti dalla Regione Lazio, la quale mette a disposizione dei giovani residenti nel territorio regionale delle risorse per migliorarsi all’estero, ma che, una volta apprese devono essere immesse nuovamente nel luogo di residenza e tutto ciò per creare una classe dirigente e formare quei “figli migliori” per renderli capaci di attuare una rivoluzione del miglioramento generale.
Bisogna avere coraggio. Coraggio di restare, di tornare e, soprattutto, di collaborare.

Collaborare insieme per cercare di rendere possibile vedere un capovolgimento della situazione odierna, di cambiare la visione collettiva sul Sud, terra non più dei tumori, della disoccupazione, ma la terra in cui i giovani sono protagonisti di un cambiamento volto al miglioramento, dove si investe e si crede nei giovani ed in cui gli stessi non siano costretti ad andare via.
Anzi. I giovani meridionali potranno essere portavoce di una nuova classe dirigente ed essere così al pari degli altri, ponendo all’attenzione generale anche i problemi meridionali che, contrariamente, passano in secondo piano.

Gli esempi per fare meglio ci sono, le volontà dei giovani di potersi mettere in gioco anche.
Cos’è che frena, cos’è che rende questa Rivoluzione Meridionale così difficile da attuare?
Domande tante, risposte poche.

“Perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? Che se ti guardi intorno non c’è niente da cantare, solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male”, canta Brunori Sas, giovane cantautore calabrese, che non sarà Guido Dorso, ma con lui condivide un profondo amore per la propria terra, desideroso di non volerla mai vederla morire.

D’altronde viviamo in uno scenario simile sotto alcuni punti di vista.
Guido Dorso ha cercato di fare le sue osservazioni sulla società meridionale che cambiava, eppure rimaneva sempre così ineluttabilmente immobile: tutto era ed è tutt’ora statico come quel paese che non cambia mai ogni volta che lo visiti. Sopraggiunge un senso di vuoto apparente nel momento in cui ci si accorge che tutto sta per spegnersi, ma più forte è la consapevolezza che in quel nulla c’è una fiamma che arde, quella dell’intelletto di un giovane che si interroga cercando di dar vita a qualcosa che possa far cambiare l’attuale stato delle cose, oggi come allora.

Fino a che ci sarà solo un giovane meridionale a sperare e a provarci, niente è davvero perduto.

L’importante è far in modo che quelle piccole e poche fiamme non si spengano mai, facendo in modo che gli appelli dorsiani non finiscano nel più profondo scaffale della biblioteca dimenticata e che possano essere uno stimolo per una coscienza collettiva di tipo territoriale dimenticata.
Perché di questo c’è bisogno: di stimoli per continuare a sperare che una Rivoluzione Meridionale è ancora possibile farla attraverso i figli migliori che il Mezzogiorno continua a dare.

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#SaveCairano

Il 2 ottobre 2016 mi sono trasferita definitivamente a Roma, ma non per questo ho intenzione di dimenticare i problemi che affliggono la mia amata Irpinia.

Leggendo questo post del Comitato Voria di Vallata e grazie alla notizia che mi è arrivata da una delle componenti di Io voglio Restare in Irpinia, sono venuta a conoscenza del parere positivo del V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) della Regione Campania al fine di voler installare nel comune di Cairano ulteriori impianti eolici.

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©Angelo Cesta – Flickr
Non sono nuovi nel nostro territorio eventi di sciacallaggio di prim’ordine, inerenti proprio all’eolico selvaggio e alle conseguenze che esso ha portato in Alta Irpinia (come documentato da questo articolo del FattoQuotidiano qualche tempo fa) e in particolare sul Formicoso.
Formicoso da una parte, Cairano dall’altra.
Il paese simbolo della rinascita irpina, rappresentata da manifestazioni come Cairano7x e lo SponzFest di Vinicio Capossela e dove fu girato nel 1963 il film neo-realista “La donnaccia”, rischia di perdere quello che lo ha sempre caratterizzato: il famoso paesaggio della rupe vista dal basso.
Già, perché proprio in quel fazzoletto di terra tra Conza della Campania e Cairano, vorrebbero costruire i nuovi impianti di aerogeneratori.
Insomma, non se ne può realmente più!
Ormai non importa più se vicino vi è un’area del WWF. Non importa se è un luogo amato e apprezzato dai turisti che scelgono proprio Cairano per le passeggiate e per gli splendidi paesaggi che solo questo lato d’Irpinia può regalarci. No, non importa più.

Quello che importa sono solo i profitti che un’azione del genere potrebbe portare nelle tasche di pochi, mentre per noi cittadini, per tutti coloro che amano queste zone e per chi per questi paesi vede prospettive diverse da quello di diventare luogo di produzione di energia eolica in modo così estensivo, non rimarrà nulla se non il rimpianto di non aver potuto fare di più.
Alzare la voce, farsi sentire, informarsi: sono le prime azioni che ogni cittadino consenziente dovrebbe mettere in pratica nel proprio paese.
Che sia centro o periferia, città o piccolo paese le cose non cambiano.

Voci che non sono mai state in silenzio sono quelle degli attivisti locali contro l’eolico selvaggio, le varie associazioni che non vogliono chiudere gli occhi e cercano di porre l’argomento sempre al centro dell’ attenzione a cui vorrei rivolgere, personalmente, i miei ringraziamenti per le battaglie che vengono portate avanti e per, nel loro piccolo, tenere informati tutti coloro i quali che, per ragioni di studio o di lavoro, non vivono più stabilmente lì.

Chi chiede di alzare la voce è il sindaco di Cairano (per approfondire clicca qui) , D’Angelis, affinché la Regione Campania capisca di non poter percepire le aree interne solo come posti dove allocare, senza alcun criterio, impianti per la creazione di energia elettrica.

Bob Dylan (Nobel per la letteratura 2016, ndr) scriveva e cantava che la risposta bisogna ascoltarla nel vento.
L’aria che tira in Alta Irpinia non è delle migliori, ma con il contributo di tutti si può iniziare a cambiarla.