Il bivio

Mancano poco più di 48 ore e saremo chiamati ad esprimerci (finalmente!) sul quesito referendario costituzionale. Eppure, sembra quasi che questa fatidica data ci accompagni giorno per giorno, ora per ora, in qualsiasi momento della nostra quotidianità da molti mesi, ormai.

Sembrerebbe un’ombra.

Un’ombra alquanto soffocante, per quanto mi riguarda. Già, perché è una campagna in cui si discute poco sui meriti che la riforma costituzionale Renzi-Boschi vorrebbe apportare in futuro e tanto (troppo) sul piano politico incentrato sul post-voto. Parlandone in giro, spesso, mi sento dire che è un test sul governo, o meglio, su Renzi e su cosa ne pensano gli italiani del suo operato, ma non è così. 

E’ qualcosa di molto di più di questo. Siamo chiamati ad esprimerci sulla legge suprema del nostro ordinamento, una legge che è stata scritta e pensata dopo l’esperienza della costituente e che qualcuno ha definito “La più bella del mondo”.

Non sarò qui a scrivere l’ennesimo articolo nel quale si analizza nel concreto la riforma (per questo vi consiglio questo articolo qui) o le ragioni del SI o del NO, ma vorrei semplicemente fare alcune riflessioni ad alta voce. Come accennavo prima, il dibattito mi è apparso esagerato e, spesso, avulso da ciò su cui siamo chiamati a decidere.

La voglia di cambiare e di rinnovare, contro la voglia di lasciare tutto immutato.

E’ questo che spesso filtra tra i vari dibattiti che cerchiamo di seguire in TV e non solo. Tutto questo è stato gestito in modo sbagliato: porre la campagna referendaria come una qualsiasi battaglia politica è stato un errore in primis del Premier, il quale si sta giocando il tutto per tutto, e anche di chi non voterà favorevolmente la riforma. 

Entrambi gli schieramenti stanno pressando l’elettorato proponendo azzardate previsioni sul futuro del nostro paese: giocano sulla paura, sulla disinformazione e sui punti deboli dei cittadini, ma questo, per un rappresentante politico non è per nulla ammissibile.

Al di là di questi aspetti puramente comunicativi, la riforma costituzionale va fatta (almeno per quello che ritengo opportuno) ma non in questo modo. No, non tenendo conto di quello che realmente la Costituzione della Repubblica Italiana è, e rappresenta. Calamandrei, nel suo discorso ai giovani sulla Costituzione, disse: 

La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

Un ideale, appunto. Ma dove sono gli ideali in una riforma scritta in modo totalmente sbagliato? Per riformare è giusto snaturare quello che i nostri padri costituenti hanno scritto nel 1947?

Solo tanta confusione, in questo 2016.

Credo che bisognerà ancora lavorare, perché per me, non è sicuramente questo il giusto modo di riformare la Costituzione. Non così, non con queste premesse.

L’alba di una nuova Europa

I Clash, negli anni ’80, cantavano “Should I Stay or Should I Go?” (Dovrei rimanere, o andare via?).
Una settimana fa il Regno Unito ha risposto alla domanda, decidendo di andare via.
Sono rimasta sbigottita dalla scelta compiuta dai cittadini britannici, non perché condanno la loro scelta che è stata assolutamente democratica, ma perché credo che non si siano ancora resi conto delle conseguenze che si avranno in merito a questa scelta.

Analizzando le possibili conseguenze, vanno sicuramente citate quelle economiche, poiché brexitscrabblesi sa che è “l’economia il motore di tutto”: le borse tracollano, la sterlina è completamente svalutata, si può parlare allora di scelta saggia?
A distanza di una settimana, il clima rimane sempre molto teso. Londra, capitale delle start-up e di molte grandi multinazionali europee, vedrà partire molti dei suoi uffici dalla City verso altre città europee.

Il ministro delle finanze britannico George Osborne ha dichiarato che i “fondamenti dell’economia britannica sono solidi” per rassicurare i mercati, anche se non ha escluso che si perderanno posti di lavoro e che l’economia britannica entri in recessione.

Ma non solo.
L’ultima seduta del parlamento europeo ha visto l’istituzione di Strasburgo chiedere al Regno Unito di attivare subito la procedura di separazione, con negoziati che non saranno affatto clementi con l’Isola oltre Manica.
Insomma, un territorio economico-politico non facile da gestire, anche perché quello che viene fuori dal voto, parlando in termini interni alla sola Gran Bretagna, è un popolo diviso in giovani, i quali hanno optato per il REMAIN, mentre gli Over65 per il LEAVE.
Diviso anche negli stati costitutivi del regno di Sua Maestà:
in Scozia, dove il Remain ha superato il 50% dei consensi, la spinta indipendentista è tornata fortemente sul tavolo della scena politica e il primo ministro Nicola Sturgeon ha annunciato che la Scozia vorrebbe essere in Europa, con o senza Londra. Situazione analoga sull’altra sponda del Mar d’Irlanda, dove l’Irlanda del Nord pensa ad una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda in prospettiva di stare insieme in Europa.

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Il Big Ben di Londra riflesso in una pozzanghera. (Leon Neal, Afp).

Anche i partiti politici britannici ne escono distrutti.

Nel partito del Premier dimissionario Cameron, il dibattito è concentrato sulla successione dello stesso in questo delicato periodo di transizione.

Nei Labour, Jeremy Corbyn è stato sfiduciato perché ritenuto colpevole di non aver fatto il possibile per la campagna referendaria del Remain.

Ma la domanda più grande è: ED ORA? COME SI ANDRÀ AVANTI?
Tre milioni di britannici firmano per convocare un nuovo referendum.
Il partito euroscettico (Partij voor de Vrijheid) in Olanda è davanti nei sondaggi.
Marine Le Pen non esclude un referendum similare in Francia.

“Uno spettro si aggira per l’Europa – scrivevano Marx ed Engles – lo spettro del comunismo”
Nel 2016 l’unico spettro che si aggira per l’Europa è quello del populismo.
La Brexit è frutto di uno spaventoso avanzamento dei partiti politici populisti, xenofobi e che hanno sempre sostenuto le ragioni dell’essere padroni a casa nostra.
Bisogna anche dire che il Regno Unito non si è mai sentito realmente parte integrante della stessa Unione, ma si è sempre mantenuta su posizioni ambigue (non ha adottato l’Euro, non è mai entrato a far parte dell’area Schengen…), però quello che si profila è tutt’altro un futuro certo.

Berlinguer diceva: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” , questo deve essere il faro per le future navigazioni di carattere internazionale, affinchè le tenebre non distruggano tutto quello che si è costruito faticosamente. Inoltre, bisogna cercare di far arrivare la luce nelle questioni sociali di questa Europa, perché, bisogna dirlo, è anche questo uno dei motivi che potrebbe farla crollare. Uniti e attenti ai reali problemi della gente è l’unica medicina per far diventare l’Unione Europea ancora più grande ed ancora più importante nello scacchiere internazionale.

La trivella bussò…

Occupazione. Indipendenza energetica. Ambiente. Politiche energetiche.
Sono parole che molto probabilmente, abbiamo sentito dire durante questi giorni di campagna referendaria.
Già, perché se non ne siete al corrente non è una cosa strana dato che i media ne parlano poco e niente! Comunque sia il 17 aprile siamo chiamati alle urne per esprimerci su questo quesito:
“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”
Parole complicate, non è vero? Verissimo. Ma facciamo un po’ di chiarezza.

shale-oil-boom1-1030x772Detto in poche battute, il quesito referendario si propone di voler abrogare o meno l’articolo in cui si vorrebbero rinnovare le concessioni delle piattaforme petrolifere una volta venute a scadenza di contratto. Le piattaforme a cui si rivolge il quesito, sono quelle marine e, difatti, si chiede che ci sia un divieto chiaro e assoluto di estrarre petrolio vicino alle coste marine (entro le 12 miglia marine).
Ora, basta con i catastrofismi da: “Se domenica vince il Sì, non potremmo più andare in giro in macchina già da lunedì”. Sbagliatissimo. E’ una probabile conseguenza futura, non immediata.
Però sussiste, a detta del comitato del NO. Non sussiste, rispondo io, se cambiamo la politica energetica di un paese che si propone come paese all’avanguardia e civile: la politica energetica, per l’appunto, è un range su cui viene calcolato anche il livello del valore della vita e si deve assolutamente cercare di dare una scossa a questo modo di produrre energia e al conseguente impatto sulla nostra salute. Possiamo e dobbiamo avanzare nel campo delle rinnovabili per svincolarci dai combustibili fossili e dai costi elevati dell’importazione di quest’ultimi. Dobbiamo essere autosufficienti, ma non con i metodi del passato: non dobbiamo avere paura del futuro e delle rinnovabili, anzi, bisognerebbe incrementare ed abbattere i costi con gli incentivi statali!

La salute di cui ho accennato prima, è un diritto inalienabile dell’uomo e quindi lo Stato deve tutelare in primis il cittadino da questo punto di vista.
Sfogliando le pagine dei quotidiani odierni si parla del caso di “Tempa Rossa” e del conseguente coinvolgimento del ministro Guidi su faccende ancora poco chiare, ma io non voglio soffermarmi su questo aspetto. Vorrei parlare di quello che si sta scoprendo dopo lo scoppio del caso, ossia dello smaltimento illecito di reflui petroliferi in Val d’Agri e il conseguente aumento dei tumori nella stessa zona (per approfondire vedi qui). E’ inaccettabile che uno Stato che si definisca tale, personificato dal Governo (che si autodefinisce di sinistra, per giunta!) si scagli contro la Magistratura che svolge il proprio dovere e non si preoccupa della salute dei propri cittadini! Ma dove siamo arrivati e dove arriveremo! Un’altra terra dei fuochi abbandonata a se stessa?
Bisogna inoltre ricordare che l’Eni, arrivata in Basilicata con il vessillo di nuova occupazione lavorativa e nuove aspettative di vita per un popolo in continua emigrazione, non ha fatto altro che impoverire una terra già martoriata di suo, ma che nel contempo ha un caratteristico paesaggio lucano ed una peculiarità ambientale unica (basti pensare che Tempa Rossa sorge poco distante dal Parco delle Dolomiti Lucane).
Aveva delle grosse potenzialità turistiche, che adesso stanno morendo come i suoi abitanti.

La Basilicata è una delle regioni più povere d’Italia. E’ molto simile alla mia Irpinia per cui non voglio un destino simile, ma voglio qualcosa di meglio.

Vorrei che queste regioni dell’entroterra italiano siano ricordate non per scandali, qualità della vita scadente, problemi di un sud sempre più arretrato, disoccupazione giovanile… vorrei che si parlasse della bellezza di questi posti, vorrei che si parlasse di quanto meravigliose siano i calanchi lucani e le montagne irpine. Vorrei che si parlasse del nostro buon cibo e ottimo vino che ci invidiano in molti.
Anche Carlo Levi apprezzò questo, ed infatti scrisse:

La Lucania mi pare più di ogni altro, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo […] Qui ritrovo la misura delle cose […] le lotte e i contrasti qui sono cose vere […].
La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti. (citato in Gigliola De Donato, Sergio D’Amaro, Un torinese del Sud, Dalai, 20
05, p. 162-163)

Vorrei che tutti voi il 17 aprile votiate SI’ per i vostri figli, nipoti, pronipoti e così a venire. Perché oggi salviamo il mare, domani tutte le nostre terre.