Quale verità?

Il mio iPod è in riproduzione casuale, parte una canzone di De Gregori. Fino a qui è tutto molto normale, se non che sobbalzo dal sedile del bus sul quale sto viaggiando per tornare a casa da scuola: “Cercando un altro Egitto” mi risuona nelle orecchie con una nuova eco, in una nuova versione. Non è la prima volta che ascolto questa canzone, eppure sento che qualcosa è cambiato, ha un qualcosa di diverso.
Le prime parole risuonano come lame affilate:

Era mattino presto, e mi chiamano alla finestra
mi dicono “Francesco ti vogliono ammazzare”.
Io domando “Chi?”, loro fanno “Cosa?”.
Insomma prendo tutto, e come San Giuseppe
mi trovo a rotolare per le scale,
cercando un altro Egitto.

Poco prima ero sintonizzata su Radio Rai e stavo ascoltando le dichiarazioni della signora Regeni in merito alle indagini sulla morte del figlio Giulio.
Giulio, un ragazzo che come me (amava i Beatles e i Rolling Stones?), ucciso mentre si trovava in Egitto per svolgere la sua attività accademica come ricercatore. Come si può credere a tutto questo? Un paese che ti ospita per svolgere ricerca, non tutela la tua stessa vita?
A tal proposito sappiamo quanto l’Egitto si sia prodigato affinché la verità venisse fuori e ciò ha fatto sì che il nostro Ministro degli Esteri, Gentiloni, richiamasse l’ambasciatore in patria. Non voglio interessarmi di questioni che sono troppo al di sopra delle mie attuali conoscenze, ma non posso nemmeno rimanere impassibile.
Difatti, appresa la morte di Giulio Regeni in circostanze misteriose e dopo giorni di tortura, ho avuto un forte senso di smarrimento, come se qualcuno mi avesse prima scosso e poi fatto ritornare ad una realtà che non conoscevo.
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Molti sanno che la sottoscritta è di parte, perché ha trovato in Giulio qualcuno che, come vorrei fare io, ha portato avanti le proprie convinzioni, le proprie idee, trasformandole in un percorso accademico valido. All’estero, ovviamente.
Giulio, infatti, è il classico cervello in fuga, apprezzato molto all’estero e che semmai in Italia dopo laurea, dottorato e qualche master, non sarebbe riuscito a trovare un posto di lavoro.
Nonostante questo è andato avanti per la sua strada, facendosi largo in vari atenei prestigiosi fuori dal Bel Paese, finché un giorno la sua vita non termina in uno dei tanti paesi del mondo che lui amava, studiava e cercava di comprendere. Lascia un’eredità solida per la futura generazione di ragazzi che vogliono rendere questo mondo sempre più connesso, sempre più interconnesso, migliore.

Ma la domanda che mi pongo è: “Si può morire così, in un modo così brutale, mentre stai portando avanti delle ricerche?”
La situazione politica in Egitto non è delle migliori, ma questo non giustifica la morte di un ragazzo che, torturato, non ha fatto altro che seguire le proprie inclinazioni. Non è forse così? Oppure Giulio aveva scoperto qualcosa che non doveva?
Lascio gli interrogativi e le ipotesi a chi ha la competenza di risolvere il caso, sperando che si finisca con queste “verità” comode e “mezze”. Perché la verità è una, ed è quella che chiediamo unanimemente tutti.

Siamo o non siamo la generazione Erasmus 2.0?
Vogliamo e dobbiamo scoprire il mondo, la nostra Europa, le nostre radici comuni.
Il nostro spirito europeo deve emergere cercando di costruire ponti, non muri: in una fase delicata come quella che stiamo attraversando, dove migranti provenienti da paesi flagellati da guerre, pestilenze, fame e povertà, bussano alle nostre porte, conoscere l’altro e farsi conoscere dall’altro, diventa di vitale importanza. Ci inducono a pensare che il diverso è il male, il profugo è il terrorista, il migrante è portatore di malattie.

Un populismo dilagante che fa leva sulle paure insite nell’essere umano è quel qualcosa che bisogna evitare in un così difficile contesto geopolitico.
Occorre dare una nuova marcia in direzione “ostinata e contraria”, per unificare e non dividere. Per accogliere e non chiudere porte.
Lo dobbiamo alle studentesse morte lo scorso mese a Terragona mentre erano in Erasmus. Lo dobbiamo al piccolo Aylan morto a 3 anni a Bodrum, in Turchia.
Lo dobbiamo alle vittime degli attentati di Parigi e Bruxelles, delle vittime crude e di tutti quelli che muoiono in silenzio, ignorati dai mass media.
Lo dobbiamo a Giulio Regeni.
Lo dobbiamo a loro e a molti altri che credono in un mondo e una vita migliore in Europa, con i suoi valori fondanti e con il suo emblema di “terra di libertà“.

 

 

 

 

 

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