Unioni civili: un passo verso la civiltà che ancora non basta!

E’ di qualche giorno fa l’approvazione definitiva del famoso ddl Cirinnà, ossia il disegno di legge che ammetteva, finalmente, la legittimazione dello Stato alle unioni omosessuali e non.
Nel mese di Ottobre del 2015, ho comprato e assistito alla presentazione del libro “Papà, mamma e gender”  scritto con delicatezza, inserendo nel discorso riferimenti coerenti, da Michela Marzano (filosofa italiana fuoriuscita in Francia e prestata alla politica di casa nostra con l’elezione alla Camera per il PD). Grazie a questo piccolo libro, mi si è aperto un mondo a me sconosciuto e ho compreso tantissime cose che prima ignoravo.

Fin dal titolo che accosta le parole più familiari di tutte a un termine ostico come pochi, Papà, mamma e gender, il nuovo libro di Michela Marzano fa propria la missione dello scrittore Albert Camus: “Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo”.
Lo fa appunto da filosofa, andandone a rintracciare le origini e poi le successive strumentalizzazioni, ma tenendo ben fermo lo sguardo sull’attualità per dare ai lettori tutti gli elementi necessari a decifrare l’uso politico e paradossale (che hanno adottato gli oppositori) di questo concetto.
In sintesi, il piccolo saggio arriva ad analizzare il cosiddetto “concetto gender”, intorno al quale si sono polarizzate una serie di polemiche e si sono accumulati molti fantasmi. Da un lato lo utilizza chi si oppone alle unioni civili. Dall’altro è diventato la parola d’ordine di chi immagina che si voglia colonizzare la mente dei bambini, e viene accusato di voler oscurare la naturalità della famiglia, dei padri e delle madri. Ma non è così: non esiste nessuna ideologia gender, casomai una molteplicità di studi sul gender (i quali nel libro vengono citati ed analizzati) che partono da anni addietro, e non sono solo congetture moderne. largeSono tutt’altro e di certo non sostengono che i bambini debbono cambiare sesso a piacimento, come affermano testi e video che circolano sul web e sulle pagine delle associazioni contrarie al disegno di legge e che vengono utilizzati per creare panico e bloccare le presentazioni di questo libro (per approfondire, clicca qui). Comunque sia, leggerlo mi è stato particolarmente utile per capire il dibattito politico di mesi addietro, ma anche di quello di oggi.

L’importante è che se ne parli, ma in modo accurato e con le giuste conoscenze nel campo, al fine di evitare discriminazioni e omofobia, che risultano in forte crescita dopo l’approvazione del ddl.

Dopo questa, per me fondamentale, premessa è d’obbligo dire che l’autrice del libro si è dimessa dal gruppo alla camera del PD subito dopo aver approvato il disegno di legge. Uno potrebbe chiedersi il perché di questa azione, visto che lei si è sempre battuta per l’approvazione della stessa: ebbene, la legge Cirinnà è monca.

Manca la parte importantissima sulla Stepchild adoption  “che continuo a reputare importante e necessaria, ma non sufficiente e, sul capitolo dei bambini che continuano a essere penalizzati in ragione dell’orientamento sessuale dei genitori, proprio brutta” scrive la Marzano sul suo profilo Facebook. Come darle torto?

Saranno per caso figli di un Dio minore, la cui famiglia verrà decisa da un tribunale prima, da una legge poi e magari, sbattuti a destra e sinistra senza mai trovare la stabilità?

L’amore è amore. Lo sappiamo.

Purtroppo l’Italia non è ancora pronta per questo fondamentale passo per la costruzione di una democrazia più libera e più egualitaria per tutti; un bambino ha diritto di crescere in una famiglia che può dargli amore, di qualunque tipo essa sia! Bisogna in primis tutelare il bambino e la sua felicità, senza speculare sulla sua famiglia. Si parla di buona o cattiva genitorialità (per saperne di più, clicca qui), non di figli felici con le coppie etero o con quelle gay. Non è il giusto discriminante!

L’altra parte che, purtroppo, è stata tagliata è quella dell’ obbligo di fedeltà: una volontà di differenziazione dal matrimonio, mentre viene regolamentata la vita familiare così come la reversibilità della pensione, i congedi parentali, la possibilità di accesso alle graduatorie per l’asilo nido se la coppia ha figli.
Mi viene da dire che siamo (quasi) tutti uguali.

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Giovani si nasce o si diventa?

In questo primo mese di “attività” , ho sempre cercato di occuparmi e di scrivere su temi molto ampi, ma come ho scritto nella bio, anche il Colibrì vive nel suo habitat e non può ignorarlo, ma cercherà sempre di partire dal generale ed arrivare al particolare.
Come penso tutti voi sappiate, vivo in un paese montano di circa mille persone in provincia di Avellino e con cui ho un rapporto di amore ed odio, come si suol dire in questi casi.
A Guardia Lombardi (il nome del mio paese, ndr) ci si appresta a votare per le elezioni comunali del 5 giugno e da qui a pochi giorni si dovrebbero conoscere i nomi dei candidati alle cariche del consiglio comunale.
Quello che per la prima volta mi tocca, è andare ad esprimere la mia preferenza nella cabina elettorale, in modo da essere una consapevole elettrice attiva. Questo potrebbe sembrare banale, ma analizzando bene la situazione non lo è di certo: un elettore deve assolutamente conoscere quelle che sono le idee di ciascuno schieramento che si propone per qualsiasi incarico istituzionale. E se un giovane non si è mai interessato alla politica, fino al compimento dei suoi 18 anni come si regola?

Non c’è nessun vademecum per cui qualcuno possa dare i canoni di chi o cosa votare o non votare. L’unica cosa che può aiutarti in questi casi è pensare con la tua testa e con quella di nessun altro!
Il problema, però, non sussiste. Il problema è completamente all’opposto.

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Come ho scritto nel mio post precedente, i giovani “non sanno di non sapere”, ma non vogliono nemmeno porre il rimedio a questo problema. Purtroppo un’ignoranza del genere comporta intenzioni di voto basate su slogan che più o meno piacciono al giovane elettore in quel determinato periodo. Si perde, così, il valore del voto stesso che viene usato dai vari populismi che animano le piazze (virtuali e non) della nostra nazione, ormai da molti anni.

Non è forse populismo pensare che soltanto l’essere giovane ti legittimi a ricoprire cariche pubbliche anche se non hai la benchè minima capacità ed esperienza nel “settore”?
Con questo non voglio dire che i giovani non potranno mai provare e governare in determinati ruoli e situazioni, ma cerco di proporre un sistema alternativo:

“E’ possibile pensare che questo conflitto fittizio tra giovani e meno giovani sia assolutamente sbagliato da proporre in questo modo?”
E’ importante tramandare tradizioni ed esperienza politica a chi è realmente interessato a comprenderla bene e cerca di cimentarsi in un ruolo che non è così facile come sembra. La costruzione di sinergie tra giovani ed “anziani” può essere il motivo per una crescita politica e sociale in tutti i campi; ad esempio, perchè non insegnare ai nostri nonni a scrivere sul PC e nel frattempo farci apprendere le antiche tecniche culinarie o di tessitura?
In questo modo entrambi avranno insegnato e imparato qualcosa, l’uno dall’altro.

Purtroppo sembra che questo mio pensiero non sia per niente condiviso nei vari piani alti di vari partiti politici italiani: il premier-segretario Renzi si è proposto all’opinione pubblica come il rottamatore dei vecchi politici e come la figura di cambiamento del vecchio modo di far politica. Ha quindi rinnegato tutto il “vecchio modo di far politica”.
Questo va davvero molto di moda, perchè i vecchi politici non ci hanno lasciato niente, sono corrotti, collusi, imbroglioni, ladri e chi più ne ha più ne metta. Oppure il “tanto sono sempre loro”.
Bene, io sono giovane e non sono per niente d’accordo con questa visione della politica. E’ oggettivamente vero che nel passato ci sono state figure politiche davvero pessime che hanno rappresentato il nostro paese pur non osservandone le leggi. Ma è anche pur vero che in 70 anni di Repubblica Italiana abbiamo avuto migliaia di rappresentati DEGNI di ricoprire quel ruolo e non perchè erano giovani, ma perchè ci credevano.
Prendo a caso la figura di Aldo Moro: ha ricoperto molte cariche istituzionali e pubbliche ed è stato assassinato dalle BR nel 1978. E’ stato forse quello il suo delitto? Quello di credere in un’Italia migliore nonostante ricoprisse già molte cariche? Non credo.

Faccio un altro esempio: ricordate, il V-Day (manifestazione che ha dato i natali del M5S ndr) del 2007 lanciò l’idea di una giornata di mobilitazione pubblica per la raccolta delle firme necessarie a presentare una legge di iniziativa popolare che mirasse a introdurre le preferenze nell’ allora vigente legge elettorale e impedisse la possibilità di candidare in Parlamento i condannati penali o chi avesse già espletato due legislature.
Pienamente d’accordo sulla seconda finalità, ma con quali criteri mi vieni a dire che una persona non può candidarsi per una terza volta? Su quale base?

Old and youngIo credo nella base del merito. Credo che un giovane possa dare molto di più di un “meno giovane” perchè ha ancora molte energie a disposizione, ma credo che senza memoria e aiuto di chi “ne sa più di noi” non possiamo andare avanti. Ma può essere anche il contrario.

Quindi, iniziate già da oggi a gettare un seme che domani potrebbe diventare un bellissimo albero con molte radici, ma ricordate che senza semi e senza l’albero madre che ti consente di prendere il seme, l’albero non crescerà mai.

 

 

Resistere nell’esistere

All’indomani della ricorrenza dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo, mi è venuto spontaneo scrivere qualcosa a riguardo.
Mi sono, difatti, chiesta se i miei coetanei conoscessero o meno il motivo per cui il 25 aprile non si va a scuola.
Mi è venuto in soccorso questo video-intervista di Ballarò di qualche anno fa:

Guardando questo filmato si ha come l’impressione che la mia generazione sia completamente estranea ai fatti avvenuti subito dopo l’8 settembre del 1943: ignora, quindi, il perché noi viviamo in una “Repubblica democratica”.
Ignorano il loro passato e anche il loro presente. 

Non conoscono il perché fu scelto proprio il 25 aprile e non un altro giorno. Ignorano l’esempio di Piero Calamandrei e le altre figure legate alla guerra di Liberazione nazionale.

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Museo della Fotografia contemporanea della Regione Lombardia, Cinisello Balsamo (Milano). ®Studio Patellani courtesy Regione Lombardia/Museo di Fotografia contemporanea
Sono all’oscuro di una buona parte della storia, della nostra e loro storia.
Come si può arrivare a ciò? Dopo che a scuola si dovrebbero studiare questi argomenti, si può davvero vivere nella completa ignoranza delle vicende che ci hanno portato a vivere in questo modo la quotidianità? A non indagare e curiosare tra i meandri della nostra storia?

Non so realmente come questo sia successo o sia potuto succedere, ma si deve arrivare alla considerazione che l’orrore avuto durante il Fascismo e nella Seconda Guerra Mondiale poi, non debbano accadere mai più: la storia ci insegna (Historia magistra vitae) che solo nei momenti più bui e pieni di ignoranza, l’uomo ha dato il peggio di sé.

Bisogna ricordare la Liberazione non perché ci è imposto, ma perché si combatta contro un futuro sempre più buio e più lanciato verso una politica dura per respingere la paura dilagante nel nostro continente (le ultime news europee).
Combattere non con le armi, ma con la cultura e con il ricordo che deve essere tramandato alle future generazioni, memori di non compiere gli errori del passato.

Insomma, la signora Anna (qui sopra con approfondimento) la quale sorride al futuro dopo la vittoria della Repubblica al fatidico Referendum, deve essere motivo e monito di orgoglio ed iniziativa nazionale.

Perché bisogna Resistere per ESISTERE e per inneggiare alla vita e ad un futuro migliore.
E’ l’unica cosa che nessuno ci potrà portare via, nemmeno la paura, come spiega la signora Dina in questa commovente intervista che invito tutti a guardare.

Ps. Dedico questo post ai caduti durante la Resistenza Italiana (1943-1945), agli uomini e sopratutto alle donne, cito e voglio citare in particolare Teresa Mattei, I Fratelli Cervi, e tutti coloro che si sono prodigati per costruire un mondo migliore in cui ancora credo. 

 

 

 

 

“Di-verso”: un “verso” differente con cui vedere la realtà

2 Aprile 2016.
Parte la sensibilizzazione, a livello nazionale, sull’autismo. Si parla di giornata e settimana blu per la consapevolezza dell’autismo.
Una chiara consapevolezza che ha portato medici, insegnati e rappresentanti delle istituzioni a partecipare a questa importante giornata, specificando che le risorse date a questa curiosa malattia sono insufficienti per curare i pazienti, soprattutto i più piccoli, i quali hanno bisogno di strutture specializzate e persone che li aiutino anche nei momenti basilari della loro giornata (per approfondire clicca qui).
“La stessa associazione europea che si occupa di autismo, ha scelto per il 2016 lo slogan ‘Rispetto, Accettazione, Inclusione’, che richiama direttamente la preoccupazione delle Associazioni di genitori per l’impegno ancora insufficiente da parte dei governi dei Paesi Europei nella presa in carico delle persone con Disturbi dello Spettro Autistico”, cita l’Ansa. Infatti è proprio così. Si parla molto di inclusione del “diversamente abile” o del solo “diverso” perché, in qualche modo o caratteristica, è differente da noi.
Ma realmente avviene tutto questo nelle nostre scuole o, semplicemente, nella nostra società? Si nota come, spesso, in giro il “diverso” è sempre schernito, deriso, emarginato. “Il ciccione è troppo grasso per stare con noi!”, “Oddio, ma quella è neGra e quindi ruba, me lo ha detto mamma!”, “No, ma con quello non ci voglio stare perché non sta bene!”, non sono cose che si sentono dire spesso?
L’inclusione si inizia facendola da piccole cose, come per l’appunto evitare di vedere il diverso come il male, come qualcuno che si debba evitare a prescindere.
Il diverso, può e deve essere una persona che ha qualcosa da insegnarci in più: gli autistici sono, spesso, coloro che vedono il mondo in un verso diverso dal nostro. Hanno stimoli diversi e comunicano con il mondo in modo diverso; hanno svariati interessi che coltivano in modo brillante!
Newton, Einstein ma forse anche Socrate, Darwin e Warhole: personaggi accomunati da capacità eccezionali e, secondo alcuni psicoanalisti, accomunati anche da una forma di autismo detta sindrome di Asperger. Non era autistico ma schizofrenico, John Nash (che tutti noi conosciamo per A Beautiful Mind), genio della matematica che ha meritatamente vinto il premio nobel per l’economia nel 1994. Si accosta, ormai da tempo immemore, il binomio genio-follia: questi nomi ne sono un esempio.
Quindi, diamo rispetto e dignità a queste persone semplicemente accettandole per quelle che sono e pensare che possono dare molto a questa società: sosteniamole e non deridiamole. Perché siamo noi a non capirli, non il contrario!
autismo

18 aprile 2016.
Passano pochi giorni dalla giornata blu e si ha il caso dell’alunna esclusa dalla gita scolastica (per approfondire clicca qui). La pubblica piazza ha condannato, ovviamente, l’accaduto: si tratta, appunto, di messa “al bando” di un’intera famiglia. Derisa, schernita e isolata. Perché? Perché hanno la figlia autistica che non può andare a Mauthausen per osservare e comprendere l’orrore del razzismo e della xenofobia nazista. Ma, in fondo, quello che hanno fatto prima i ragazzini e poi le insegnanti non è stato proprio questo? Dov’è la didattica dell’inclusività?
Il ministro, difatti, ha inviato gli ispettori nella scuola incriminata e annullato la gita per tutti i ragazzi.
Bisogna sottolineare questo avvenimento, perché, nonostante si parli di accettazione ed inclusione, è nella scuola che avviene questo processo formativo, il quale deve essere canalizzato nel modo migliore possibile, ossia educando le nuove generazioni ad essere inclini alla collaborazione con il diversamente abile o con il diverso in sé e per sé.
La cosa che balza agli occhi è che tutti, in un modo o nell’altro, hanno condannato l’accaduto senza un minimo cenno. Una minima esitazione. Quello che molti si chiedono è come mai queste persone “senza macchia e senza paura” prima insegnano alle future generazioni questo tipo di comportamento, e poi condanno a prescindere. L’educazione è emulazione.
Se si nota come anche alcune personalità politiche guardano al diverso con occhio torvo, come si può educare le nuove generazioni ad essere più mature e più aperte?
Comunque sia, “educare all’educazione alla diversità” è la vera soluzione in un mondo in continuo cambiamento.

 Quale verità?

Il mio iPod è in riproduzione casuale, parte una canzone di De Gregori. Fino a qui è tutto molto normale, se non che sobbalzo dal sedile del bus sul quale sto viaggiando per tornare a casa da scuola: “Cercando un altro Egitto” mi risuona nelle orecchie con una nuova eco, in una nuova versione. Non è la prima volta che ascolto questa canzone, eppure sento che qualcosa è cambiato, ha un qualcosa di diverso.
Le prime parole risuonano come lame affilate:

Era mattino presto, e mi chiamano alla finestra
mi dicono “Francesco ti vogliono ammazzare”.
Io domando “Chi?”, loro fanno “Cosa?”.
Insomma prendo tutto, e come San Giuseppe
mi trovo a rotolare per le scale,
cercando un altro Egitto.

Poco prima ero sintonizzata su Radio Rai e stavo ascoltando le dichiarazioni della signora Regeni in merito alle indagini sulla morte del figlio Giulio.
Giulio, un ragazzo che come me (amava i Beatles e i Rolling Stones?), ucciso mentre si trovava in Egitto per svolgere la sua attività accademica come ricercatore. Come si può credere a tutto questo? Un paese che ti ospita per svolgere ricerca, non tutela la tua stessa vita?
A tal proposito sappiamo quanto l’Egitto si sia prodigato affinché la verità venisse fuori e ciò ha fatto sì che il nostro Ministro degli Esteri, Gentiloni, richiamasse l’ambasciatore in patria. Non voglio interessarmi di questioni che sono troppo al di sopra delle mie attuali conoscenze, ma non posso nemmeno rimanere impassibile.
Difatti, appresa la morte di Giulio Regeni in circostanze misteriose e dopo giorni di tortura, ho avuto un forte senso di smarrimento, come se qualcuno mi avesse prima scosso e poi fatto ritornare ad una realtà che non conoscevo.
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Molti sanno che la sottoscritta è di parte, perché ha trovato in Giulio qualcuno che, come vorrei fare io, ha portato avanti le proprie convinzioni, le proprie idee, trasformandole in un percorso accademico valido. All’estero, ovviamente.
Giulio, infatti, è il classico cervello in fuga, apprezzato molto all’estero e che semmai in Italia dopo laurea, dottorato e qualche master, non sarebbe riuscito a trovare un posto di lavoro.
Nonostante questo è andato avanti per la sua strada, facendosi largo in vari atenei prestigiosi fuori dal Bel Paese, finché un giorno la sua vita non termina in uno dei tanti paesi del mondo che lui amava, studiava e cercava di comprendere. Lascia un’eredità solida per la futura generazione di ragazzi che vogliono rendere questo mondo sempre più connesso, sempre più interconnesso, migliore.

Ma la domanda che mi pongo è: “Si può morire così, in un modo così brutale, mentre stai portando avanti delle ricerche?”
La situazione politica in Egitto non è delle migliori, ma questo non giustifica la morte di un ragazzo che, torturato, non ha fatto altro che seguire le proprie inclinazioni. Non è forse così? Oppure Giulio aveva scoperto qualcosa che non doveva?
Lascio gli interrogativi e le ipotesi a chi ha la competenza di risolvere il caso, sperando che si finisca con queste “verità” comode e “mezze”. Perché la verità è una, ed è quella che chiediamo unanimemente tutti.

Siamo o non siamo la generazione Erasmus 2.0?
Vogliamo e dobbiamo scoprire il mondo, la nostra Europa, le nostre radici comuni.
Il nostro spirito europeo deve emergere cercando di costruire ponti, non muri: in una fase delicata come quella che stiamo attraversando, dove migranti provenienti da paesi flagellati da guerre, pestilenze, fame e povertà, bussano alle nostre porte, conoscere l’altro e farsi conoscere dall’altro, diventa di vitale importanza. Ci inducono a pensare che il diverso è il male, il profugo è il terrorista, il migrante è portatore di malattie.

Un populismo dilagante che fa leva sulle paure insite nell’essere umano è quel qualcosa che bisogna evitare in un così difficile contesto geopolitico.
Occorre dare una nuova marcia in direzione “ostinata e contraria”, per unificare e non dividere. Per accogliere e non chiudere porte.
Lo dobbiamo alle studentesse morte lo scorso mese a Terragona mentre erano in Erasmus. Lo dobbiamo al piccolo Aylan morto a 3 anni a Bodrum, in Turchia.
Lo dobbiamo alle vittime degli attentati di Parigi e Bruxelles, delle vittime crude e di tutti quelli che muoiono in silenzio, ignorati dai mass media.
Lo dobbiamo a Giulio Regeni.
Lo dobbiamo a loro e a molti altri che credono in un mondo e una vita migliore in Europa, con i suoi valori fondanti e con il suo emblema di “terra di libertà“.

 

 

 

 

 

La trivella bussò…

Occupazione. Indipendenza energetica. Ambiente. Politiche energetiche.
Sono parole che molto probabilmente, abbiamo sentito dire durante questi giorni di campagna referendaria.
Già, perché se non ne siete al corrente non è una cosa strana dato che i media ne parlano poco e niente! Comunque sia il 17 aprile siamo chiamati alle urne per esprimerci su questo quesito:
“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”
Parole complicate, non è vero? Verissimo. Ma facciamo un po’ di chiarezza.

shale-oil-boom1-1030x772Detto in poche battute, il quesito referendario si propone di voler abrogare o meno l’articolo in cui si vorrebbero rinnovare le concessioni delle piattaforme petrolifere una volta venute a scadenza di contratto. Le piattaforme a cui si rivolge il quesito, sono quelle marine e, difatti, si chiede che ci sia un divieto chiaro e assoluto di estrarre petrolio vicino alle coste marine (entro le 12 miglia marine).
Ora, basta con i catastrofismi da: “Se domenica vince il Sì, non potremmo più andare in giro in macchina già da lunedì”. Sbagliatissimo. E’ una probabile conseguenza futura, non immediata.
Però sussiste, a detta del comitato del NO. Non sussiste, rispondo io, se cambiamo la politica energetica di un paese che si propone come paese all’avanguardia e civile: la politica energetica, per l’appunto, è un range su cui viene calcolato anche il livello del valore della vita e si deve assolutamente cercare di dare una scossa a questo modo di produrre energia e al conseguente impatto sulla nostra salute. Possiamo e dobbiamo avanzare nel campo delle rinnovabili per svincolarci dai combustibili fossili e dai costi elevati dell’importazione di quest’ultimi. Dobbiamo essere autosufficienti, ma non con i metodi del passato: non dobbiamo avere paura del futuro e delle rinnovabili, anzi, bisognerebbe incrementare ed abbattere i costi con gli incentivi statali!

La salute di cui ho accennato prima, è un diritto inalienabile dell’uomo e quindi lo Stato deve tutelare in primis il cittadino da questo punto di vista.
Sfogliando le pagine dei quotidiani odierni si parla del caso di “Tempa Rossa” e del conseguente coinvolgimento del ministro Guidi su faccende ancora poco chiare, ma io non voglio soffermarmi su questo aspetto. Vorrei parlare di quello che si sta scoprendo dopo lo scoppio del caso, ossia dello smaltimento illecito di reflui petroliferi in Val d’Agri e il conseguente aumento dei tumori nella stessa zona (per approfondire vedi qui). E’ inaccettabile che uno Stato che si definisca tale, personificato dal Governo (che si autodefinisce di sinistra, per giunta!) si scagli contro la Magistratura che svolge il proprio dovere e non si preoccupa della salute dei propri cittadini! Ma dove siamo arrivati e dove arriveremo! Un’altra terra dei fuochi abbandonata a se stessa?
Bisogna inoltre ricordare che l’Eni, arrivata in Basilicata con il vessillo di nuova occupazione lavorativa e nuove aspettative di vita per un popolo in continua emigrazione, non ha fatto altro che impoverire una terra già martoriata di suo, ma che nel contempo ha un caratteristico paesaggio lucano ed una peculiarità ambientale unica (basti pensare che Tempa Rossa sorge poco distante dal Parco delle Dolomiti Lucane).
Aveva delle grosse potenzialità turistiche, che adesso stanno morendo come i suoi abitanti.

La Basilicata è una delle regioni più povere d’Italia. E’ molto simile alla mia Irpinia per cui non voglio un destino simile, ma voglio qualcosa di meglio.

Vorrei che queste regioni dell’entroterra italiano siano ricordate non per scandali, qualità della vita scadente, problemi di un sud sempre più arretrato, disoccupazione giovanile… vorrei che si parlasse della bellezza di questi posti, vorrei che si parlasse di quanto meravigliose siano i calanchi lucani e le montagne irpine. Vorrei che si parlasse del nostro buon cibo e ottimo vino che ci invidiano in molti.
Anche Carlo Levi apprezzò questo, ed infatti scrisse:

La Lucania mi pare più di ogni altro, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo […] Qui ritrovo la misura delle cose […] le lotte e i contrasti qui sono cose vere […].
La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti. (citato in Gigliola De Donato, Sergio D’Amaro, Un torinese del Sud, Dalai, 20
05, p. 162-163)

Vorrei che tutti voi il 17 aprile votiate SI’ per i vostri figli, nipoti, pronipoti e così a venire. Perché oggi salviamo il mare, domani tutte le nostre terre.